Perché il petrolio resta caro se l'export dal Golfo è vicino ai livelli prebellici?

Export di greggio dal Golfo vicino ai livelli prebellici, ma meno navi passano da Hormuz e gli attacchi aumentano.

21 ottobre 2026 11:28
Perché il petrolio resta caro se l'export dal Golfo è vicino ai livelli prebellici? - Immagine creata con IA a scopo illustrativo
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Dal 5 ottobre circola, ripresa da agenzie e testate, una lettura rassicurante della crisi petrolifera mediorientale. Le esportazioni dei Paesi del Golfo avrebbero raggiunto i livelli prebellici grazie alla sicurezza delle rotte nello stretto di Hormuz garantita dagli Stati Uniti e al crescente ricorso a vie terrestri alternative.

La frase tiene insieme tre affermazioni diverse, e solo una regge per intero. Il recupero dei volumi è reale ma cambia molto a seconda di come lo si misura. Il peso degli oleodotti è documentato. L'idea di una navigazione resa sicura dalla scorta americana non trova riscontro nei dati pubblicati da chi quei flussi li misura.

Punti chiave

  • Secondo Kpler, tra il 1° e il 28 settembre almeno 16,5 milioni di barili al giorno di greggio e condensati hanno lasciato il Golfo, Iran escluso, un livello in linea con la media prebellica calcolata senza Teheran.

  • Reuters, su dati Kpler e Vortexa, colloca la media di settembre delle esportazioni di greggio dal Golfo all'81% dei livelli prebellici, con i prodotti raffinati fermi al 60%.

  • La quota di esportazioni che aggira Hormuz è salita al 40% contro il 17% prebellico, grazie soprattutto all'oleodotto saudita Est-Ovest verso Yanbu e alla condotta emiratina verso Fujairah.

  • Tra il 28 settembre e il 5 ottobre fonti citate da Reuters hanno contato almeno 12 attacchi o molestie a navi cisterna intorno a Hormuz, il massimo settimanale dall'inizio della guerra.

  • Il presidente di Assarmatori Stefano Messina ha definito le navi scortate dagli Stati Uniti una minoranza rispetto a quelle che transitano senza protezione.

  • Il 21 ottobre il Brent quotava 110,30 dollari al barile, contro i circa 72 dollari dei futures prima del conflitto.

Da dove nasce l'affermazione

All'origine c'è un dato della società di tracciamento marittimo Kpler. Il 5 ottobre un dispaccio AFP, ripreso in italiano da RSI ed Euronews, ha riferito che le esportazioni di greggio dal Medio Oriente, Iran escluso, avevano superato per diversi giorni consecutivi la media precedente al conflitto, cominciato il 28 febbraio con i raid di Stati Uniti e Israele contro l'Iran. Kpler ha precisato che almeno 16,5 milioni di barili al giorno di greggio e condensati hanno lasciato la regione tra il 1° e il 28 settembre, un valore in linea con la media prebellica calcolata senza l'Iran e superiore di 10,5 milioni di barili al giorno alla media di marzo.

Il riferimento alla protezione americana compare nella versione pubblicata da RSI, dove si legge che le petroliere uscivano dal Golfo sempre più numerose sotto scorta statunitense e che questo aveva permesso una risalita dei volumi. Pochi giorni prima, il 27 settembre, la stessa RSI aveva riportato la posizione del segretario al Tesoro degli Stati Uniti Scott Bessent, secondo cui i flussi di petrolio erano già tornati ai valori precedenti al conflitto.

La formula che circola oggi fonde queste due fonti in un'unica frase causale, con la sicurezza garantita da Washington al primo posto tra le spiegazioni. Per valutarla conviene smontarla nelle sue tre parti, perché ognuna ha un grado di verità diverso e richiede una risposta diversa.

Primo punto, quanto petrolio esce davvero dal Golfo

Perimetri diversi, percentuali diverse

Il dato Kpler è corretto, ma rappresenta uno dei modi possibili di contare. Il 6 ottobre Reuters ha pubblicato un'elaborazione su dati Kpler e Vortexa da cui risulta che a settembre le esportazioni di greggio dal Golfo, sempre senza l'Iran, si sono fermate all'81% dei livelli prebellici. Vortexa, che nel conteggio include condensati e gas di petrolio liquefatto, ha stimato per settembre una media di 19,2 milioni di barili al giorno, contro i 23,6 milioni di prima della guerra, per sette produttori, cioè Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Iraq, Qatar, Oman e Bahrein.

La distanza tra le due letture dipende dal perimetro e dall'orizzonte temporale. Kpler segnala alcuni giorni di fine settembre in cui i flussi hanno superato la media, con valori compresi tra 19,5 e 22,5 milioni di barili al giorno tra il 27 e il 29 settembre, come riportato da Oilprice.com. Reuters calcola invece la media dell'intero mese. Anche la soglia prebellica cambia da una fonte all'altra, 16,5 milioni nel conteggio Kpler su greggio e condensati, 18 milioni nella versione AFP, 23,6 milioni nella serie Vortexa che aggiunge il GPL.

Presentare il ritorno ai livelli prebellici come un fatto acquisito è quindi un'esagerazione; infatti, alcuni giorni di picco sono diventati, nel passaggio dalla fonte al titolo, una condizione stabile. Lo ha detto con chiarezza l'analista di Vortexa Claire Jungman, citata da Reuters, osservando che i flussi giornalieri sono molto più volatili di prima della guerra e che la vera domanda è se i livelli recenti possano durare.

Il greggio recupera, i carburanti no

Vortexa ha aggiunto una precisazione che nel rilancio della notizia è andata persa. Il greggio era tornato al 91% dei livelli prebellici, mentre le esportazioni di prodotti raffinati restavano al 60% di una media che prima della guerra era di 7,3 milioni di barili al giorno. Per chi guarda il prezzo alla pompa questo è il numero che pesa di più, perché gasolio, cherosene e benzina partono anche dalle raffinerie del Golfo verso l'Europa e l'Asia.

I dati settimanali della Energy Information Administration statunitense, ripresi da RTTNews, vanno nella stessa direzione. Al 2 ottobre le scorte commerciali di greggio negli Stati Uniti erano dell'1% sopra la media quinquennale del periodo, quelle di benzina del 6% sotto e quelle di distillati, la categoria che comprende gasolio e olio da riscaldamento, del 12% sotto. La tensione, almeno sul mercato americano, si concentra a valle della raffinazione più che sul greggio.

Il traino saudita e l'Iran fuori dal conto

La ripresa di settembre è in larga parte saudita. Secondo i dati Kpler e Vortexa citati da Reuters, l'Arabia Saudita è passata da 4,2 milioni di barili al giorno in agosto a circa 6,6 milioni in settembre. Standard Chartered stima invece un salto da 2,45 a 6,9 milioni. Le due serie divergono sul punto di partenza e concordano sulla direzione, e in entrambe il recupero di Riad compensa i cali registrati da altri produttori della regione.

Ma tutte queste cifre escludono l'Iran; infatti, prima della guerra Teheran esportava via mare circa 1,7 milioni di barili al giorno, secondo Standard Chartered, e a settembre era scesa vicino a zero. Kpler e Vortexa parlano di esportazioni iraniane azzerate. Il motivo è il blocco navale statunitense dei porti iraniani, ripristinato a luglio come ha ricostruito il Post. Il ritorno ai livelli prebellici riguarda quindi un Golfo privo di uno dei suoi esportatori principali, e il confronto è costruito proprio su questa esclusione.

Secondo punto, il peso delle vie alternative

Mappamondo (Pixabay foto) - www.marinecue.it

Questa parte dell'affermazione è corretta ed è anzi la spiegazione principale del recupero. Kpler stima che a settembre il 40% delle esportazioni abbia aggirato lo stretto, contro il 17% del periodo prebellico. Standard Chartered arriva alla stessa conclusione dal lato opposto: solo il 60% dei barili esportati è transitato da Hormuz, contro l'83% di prima della guerra. Più barili escono dal Golfo, ma una quota crescente non passa dal collo di bottiglia più esposto.

Le condotte decisive sono due. L'oleodotto Est-Ovest saudita porta il greggio dei giacimenti orientali al terminal di Yanbu, sul Mar Rosso. Era stato chiuso l'11 settembre dopo attacchi lanciati dall'Iraq ed è tornato in funzione il 22 settembre, secondo l'analista di Kpler Amena Bakr. Gli Emirati Arabi Uniti usano la condotta che collega i campi di Abu Dhabi al terminal di Fujairah, sul Golfo di Oman, all'esterno dello stretto. Per approfondire il funzionamento di queste infrastrutture si può partire dalla scheda sulle rotte alternative allo stretto di Hormuz.

Il resto del sistema è marittimo e poco efficiente. Standard Chartered descrive una catena di trasbordi da nave a nave, con petroliere navetta che attraversano Hormuz lungo la costa dell'Oman e cedono il carico a unità più grandi nel Golfo di Oman. La banca segnala una capacità di trasbordo ormai satura, viaggi più lunghi, costi di nolo e di sicurezza elevati e sconti fino a 9 dollari al barile sui carichi imbarcati al largo dell'Oman, concessi per compensare la logistica aggiuntiva. Anche l'oleodotto Est-Ovest, osserva la banca, lavora sotto la capacità nominale e resta esposto a nuovi attacchi.

Il giudizio di Standard Chartered è che i numeri misurino la capacità di adattamento degli esportatori e non giustifichino un ritorno ai premi di rischio prebellici. Il sistema muove più greggio di quanto molti si aspettassero, ma ha meno margine per assorbire una nuova interruzione.

Terzo punto, la sicurezza garantita dagli Stati Uniti

Qui l'affermazione va oltre ciò che i dati sostengono. All'inizio di marzo, secondo quanto riportato da Argus, il presidente Donald Trump ha annunciato assicurazioni contro il rischio politico tramite la Development Finance Corporation e convogli navali per il traffico energetico nel Golfo. Le scorte esistono e hanno contribuito ai transiti. Nessuna delle fonti che hanno prodotto il dato sulle esportazioni, però, attribuisce il recupero a una sicurezza garantita da Washington. Kpler, Vortexa e Standard Chartered lo collegano agli oleodotti e alle rotte alternative, e lo descrivono come avvenuto nonostante gli attacchi.

Quante navi viaggiano davvero scortate

Una misura indiretta arriva dal settore armatoriale italiano. Il 9 ottobre il presidente di Assarmatori Stefano Messina, intervistato dal Telegiornale della RSI, ha spiegato che alcune navi passano vicino alla costa dell'Oman per ricevere la protezione della marina statunitense, e ha aggiunto una valutazione sulle proporzioni.

le navi scortate dagli Stati Uniti sono una grande minoranza

Nella stessa intervista sui rischi e sui costi del transito da Hormuz, Messina ha indicato un costo nave più che raddoppiato, soprattutto per l'incidenza delle assicurazioni e del carburante, e ha sostenuto che la vita degli equipaggi è tutelata soltanto da una protezione militare solida. Ha anche osservato che spegnere il sistema di identificazione automatica serve a poco, perché una nave lunga duecento o trecento metri resta facile da individuare.

Gli attacchi nella settimana del record

La settimana in cui Kpler registrava i flussi più alti dall'inizio della guerra è stata anche quella con più incidenti. Fonti di sicurezza marittima citate da Reuters, riprese da Gulf News, hanno contato almeno 12 attacchi, tentativi di attacco o molestie a petroliere, metaniere e navi GPL intorno a Hormuz tra il 28 settembre e il 5 ottobre, il livello settimanale più alto dall'inizio del conflitto. Dodici membri dell'equipaggio sono rimasti feriti quando la petroliera On Peace, battente bandiera panamense, è stata colpita da un proiettile non identificato.

Lo stesso dispaccio AFP che annunciava il ritorno ai livelli prebellici precisava che l'Iran impone la propria autorizzazione alle navi in transito e che quelle che non si adeguano si espongono ad attacchi quasi quotidiani. Il 4 ottobre Teheran ha ribadito, secondo Reuters, che lo stretto resterà chiuso finché gli Stati Uniti non avranno soddisfatto sette condizioni contenute nell'accordo provvisorio di giugno. Il traffico, in altre parole, è ripreso dentro un conflitto ancora aperto, con una delle parti che rivendica il controllo della via d'acqua.

Il premio assicurativo dà la misura del rischio percepito. Secondo Argus, alla vigilia della guerra il premio aggiuntivo per rischio bellico nel Golfo valeva tra lo 0,15 e lo 0,2% del valore di scafo e macchine, e nei primi giorni del conflitto era salito intorno all'1%, pari a circa 1,34 milioni di dollari per una superpetroliera da due milioni di barili. Il 20 ottobre gli analisti di ING hanno segnalato noli record per il Golfo Persico, legati a un uso meno efficiente delle petroliere.

Cosa è cambiato dopo il 5 ottobre

Le due settimane successive hanno mostrato quanto fosse fragile la fotografia di inizio mese. Il 19 ottobre Oilprice.com, sulla base di un servizio Reuters con dati Kpler, ha riferito di almeno 18 attacchi a petroliere in due settimane e di flussi scesi a una media di 8,5 milioni di barili al giorno. La stessa Kpler che a inizio ottobre aveva segnalato il recupero parlava ora di esportazioni di nuovo decimate dagli attacchi iraniani.

Il quadro resta però conteso anche sui numeri più recenti. Il 20 ottobre il Wall Street Journal, citando ancora Kpler, ha scritto che nella settimana al 18 ottobre i flussi dal Medio Oriente avevano superato i livelli prebellici con una media di 24 milioni di barili al giorno, stimando i transiti da Hormuz in 14 milioni. Nella ricostruzione pubblicata il 21 ottobre, Oilprice.com attribuisce il dato da 8,5 milioni ai soli transiti dallo stretto. Due letture costruite sullo stesso fornitore di dati differiscono quindi di oltre cinque milioni di barili al giorno sul passaggio più delicato, e nessuna delle due può essere presa da sola come la misura definitiva.

Il prezzo racconta un'altra storia

Il mercato non si è comportato come se la crisi fosse rientrata. Prima della guerra i futures sul Brent si aggiravano intorno ai 72 dollari al barile, secondo Euronews. Il 5 ottobre, giorno dell'annuncio, il Brent per consegna a dicembre valeva 102,25 dollari. Alla mattina del 21 ottobre il Brent era a 110,30 dollari e il West Texas Intermediate a 99,12, secondo Oilprice.com. Per capire perché un recupero dei volumi non basti a far scendere le quotazioni è utile ricordare come si forma il prezzo del Brent sui mercati a termine.

Gli analisti di ING Warren Patterson ed Ewa Manthey hanno scritto il 20 ottobre che i prezzi restano sostenuti nonostante flussi relativamente forti dal Golfo, segno che il mercato incorpora un premio di rischio significativo, destinato a sparire solo con flussi stabili nel tempo. Hanno pesato anche i nuovi attacchi degli Houthi yemeniti contro infrastrutture energetiche saudite e le scarse prospettive di un accordo. L'analista di DBS Suvro Sarkar, citato da Reuters il 21 ottobre, ha parlato di speranze in una mediazione del Qatar o del Pakistan, frenate dalla consapevolezza che un'intesa resta lontana.

Non tutte le previsioni andavano in questa direzione. A inizio luglio Citi indicava un Brent tra 60 e 65 dollari a fine anno, scommettendo sulla normalizzazione dei transiti da Hormuz e su un accordo tra Stati Uniti e Iran. Nessuna delle due condizioni si è realizzata finora, e la distanza tra quella stima e le quotazioni di ottobre misura il peso del rischio geopolitico ancora incorporato nei prezzi.

Errore ed esagerazione, cosa resta della frase

Rimessa a confronto con le fonti, la frase si scompone in tre giudizi diversi. Il ritorno ai livelli prebellici è un'esagerazione. Kpler ha registrato giorni sopra la media prebellica e una media di settembre in linea con essa, mentre Reuters, sulla base di Kpler e Vortexa, colloca la media mensile all'81%, i prodotti raffinati restano al 60% e l'Iran è fuori dal conto. Il ruolo delle vie alternative è corretto e documentato da più fonti indipendenti tra loro.

L'attribuzione del recupero a una sicurezza garantita dagli Stati Uniti è invece un errore di causalità. Le scorte americane hanno avuto un ruolo nei transiti, ma riguardano una quota minoritaria delle navi secondo il presidente di Assarmatori, la quota di petrolio passata da Hormuz è scesa dall'83 al 60% secondo Standard Chartered, e gli attacchi hanno toccato il massimo settimanale proprio nei giorni del recupero.

Un annuncio che si ripete

Il ritorno ai livelli prebellici è già stato annunciato altre volte in questa crisi. Il 25 giugno, secondo Reuters, il segretario all'Energia degli Stati Uniti Chris Wright dichiarò che i transiti da Hormuz si stavano avvicinando ai livelli di febbraio, con almeno 20 milioni di barili usciti dallo stretto nelle 24 ore precedenti, e il prezzo del petrolio scese quel giorno ai valori di prima della guerra.

Tre mesi dopo, il Post ricostruiva che settembre era il mese con le esportazioni più alte da febbraio, intorno all'80% dei livelli prebellici. Il dato di una singola giornata era diventato, anche allora, il segnale di una normalità che i mesi successivi non hanno confermato. Nella crisi di Hormuz il numero giornaliero continua a correre più veloce della media mensile, e chi legge un titolo sui livelli prebellici farebbe bene a chiedersi, prima di tutto, quanti giorni ci sono dietro.

Domande frequenti

Le esportazioni di petrolio dal Golfo sono davvero tornate ai livelli prebellici?

Solo in parte. Kpler ha registrato a settembre 16,5 milioni di barili al giorno di greggio e condensati, in linea con la media prebellica senza l'Iran, e alcuni giorni sopra quella soglia. Reuters, su dati Kpler e Vortexa, calcola invece una media mensile pari all'81% dei livelli prebellici, mentre i prodotti raffinati restano al 60%.

Lo stretto di Hormuz è sicuro grazie alla scorta degli Stati Uniti?

I dati non lo confermano. Tra il 28 settembre e il 5 ottobre sono stati contati almeno 12 attacchi o molestie a navi cisterna intorno allo stretto, il massimo settimanale del conflitto. Secondo il presidente di Assarmatori, le navi scortate dalla marina statunitense sono una minoranza rispetto a quelle che transitano senza protezione.

Quanto petrolio del Golfo aggira oggi lo stretto di Hormuz?

Secondo Kpler, a settembre il 40% delle esportazioni di greggio dal Golfo, Iran escluso, ha evitato lo stretto, contro il 17% prima della guerra. Standard Chartered stima che solo il 60% dei barili sia transitato da Hormuz, contro l'83% prebellico, grazie agli oleodotti verso Yanbu e Fujairah e ai trasbordi al largo dell'Oman.

Perché il prezzo del Brent resta alto se le esportazioni del Golfo sono riprese?

Il mercato incorpora un premio di rischio legato agli attacchi alle petroliere, ai noli record e alla fragilità delle rotte alternative, come hanno osservato gli analisti di ING. Pesano anche i carburanti raffinati, esportati dal Golfo al 60% dei livelli prebellici. Il 21 ottobre il Brent quotava 110,30 dollari al barile.

Le esportazioni di petrolio dell'Iran sono comprese nel dato sui livelli prebellici?

No, tutte le cifre sul ritorno ai livelli prebellici escludono l'Iran. Secondo Standard Chartered le esportazioni iraniane via mare sono passate da circa 1,7 milioni di barili al giorno prima della guerra a quasi zero a settembre, per effetto del blocco navale statunitense dei porti iraniani ripristinato a luglio.

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