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Nobel per l'Economia 2026 a Hall e Woodford per i modelli sui tassi
Nobel per l'Economia 2026 a Hall e Woodford per i modelli sui tassi
Robert E. Hall e Michael Woodford vincono il Nobel per l'Economia 2026 per i fondamenti microeconomici della stabilizzazione.
L'Accademia reale svedese delle scienze ha assegnato il premio Nobel per l'Economia 2026 a Robert E. Hall, della Stanford University, e Michael Woodford, della Columbia University. L'annuncio è arrivato oggi, 12 ottobre, da Stoccolma, e la motivazione ufficiale dell'Accademia premia i "fondamenti microeconomici della stabilizzazione macroeconomica", cioè il lavoro con cui i due economisti hanno ricostruito dal basso i modelli che banche centrali e ministeri dell'economia usano per decidere tassi e spesa pubblica.
Il premio, formalmente intitolato alla Banca di Svezia in memoria di Alfred Nobel, vale 12 milioni di corone svedesi, da dividere in parti uguali. Hall è nato nel 1943 a Palo Alto, Woodford nel 1955 a Chicopee, in Massachusetts, ed entrambi hanno conseguito il dottorato al MIT. Il riconoscimento riguarda ricerche pubblicate tra il 1978 e il 2003, oggi alla base dei cosiddetti modelli neokeynesiani.
Dalle scelte delle famiglie al modello in tre equazioni
Fino agli anni Settanta la politica di stabilizzazione si reggeva su correlazioni statistiche tra grandezze aggregate, come il legame inverso tra inflazione e disoccupazione descritto dalla curva di Phillips. Con le crisi petrolifere quelle relazioni smisero di funzionare. Inflazione e disoccupazione salirono insieme e gli stimoli all'economia produssero soprattutto prezzi più alti. Robert Lucas, Nobel nel 1995, sostenne allora che i modelli andassero costruiti sul comportamento dei singoli attori economici.
Hall nel 1978 rovesciò il problema dei consumi. Se una famiglia decide quanto spendere in base a quello che si aspetta di guadagnare in futuro, cambia i consumi solo quando riceve un'informazione nuova, che per definizione non si può prevedere. Le variazioni dei consumi dovrebbero quindi essere imprevedibili, ed è un'ipotesi che si può verificare sui dati. Nel 1982, con Fredric Mishkin e su dati di singole famiglie, Hall stimò che circa l'80% si comportava secondo la teoria, mentre le altre spendevano il reddito man mano che lo incassavano.
Woodford ha riunito questi risultati nel libro Interest and Prices del 2003, che presenta un modello neokeynesiano completo in tre equazioni. Le famiglie consumano in funzione delle aspettative e del tasso d'interesse. Le imprese cambiano i prezzi di rado, perché ogni ritocco ha un costo, e quando lo fanno guardano ai costi e ai prezzi attesi. L'inflazione dipende anche dall'output gap, la distanza tra la produzione effettiva e quella che si avrebbe con prezzi liberi di adeguarsi subito. Riprendendo il tasso naturale dello svedese Knut Wicksell, Woodford mostrò che una banca centrale agisce sull'economia attraverso i tassi d'interesse più che attraverso la quantità di moneta in circolazione.
Perché conta quello che le banche centrali annunciano
Se imprese e famiglie decidono guardando avanti, contano le attese sui tassi futuri. Da qui discende il peso che la comunicazione ha assunto nel lavoro delle banche centrali, dove credibilità e trasparenza sulle intenzioni diventano strumenti di politica monetaria. Secondo l'Accademia, ogni volta che un istituto centrale fissa il tasso di riferimento, come nelle ultime riunioni della Banca centrale europea, uno degli input viene da un modello di questo tipo. La Riksbank svedese, per esempio, ne usa una versione adattata all'economia del paese.
Il modello cambia anche la risposta agli shock dell'offerta, come un rincaro improvviso dell'energia. Se la produzione potenziale cala più della domanda, il modello indica una stretta sui tassi, mentre negli anni Settanta i modelli tradizionali spingevano verso lo stimolo. L'Accademia attribuisce a questo approccio una gestione della pandemia e delle recenti crisi energetiche con conseguenze meno durature su crescita e inflazione rispetto a mezzo secolo fa.
Lo stesso comitato descrive il paradigma neokeynesiano come l'inizio di un filone di ricerca ancora aperto. I modelli vengono continuamente rivisti e adattati ai singoli paesi, e la quota di famiglie che vive del reddito corrente, quella che sfugge all'ipotesi di Hall, varia nel tempo e da paese a paese. Recessioni e fiammate inflazionistiche non sono scomparse; secondo l'Accademia sono diventate più brevi.