Scorte Covid nei magazzini: 84 milioni per smaltire 22.700 tonnellate

Decreto PA convertito, un commissario dovrà svuotare entro marzo 2027 i depositi delle scorte Covid. Ecco da dove arrivano gli 84 milioni.

07 ottobre 2026 10:27
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Il decreto-legge 7 agosto 2026, n. 144, noto come decreto PA, ha ricevuto il via libera definitivo il 30 settembre, quando il Senato ha confermato senza modifiche il testo approvato dalla Camera il 28. L'articolo 4 affida a un commissario straordinario il compito di svuotare i 16 magazzini in cui sono ancora custodite circa 22.700 t di mascherine, tute, camici e guanti comprati durante l'emergenza Covid e mai usati. Per custodia, trasporto e smaltimento lo Stato stanzia 84 milioni di euro, 44 nel 2026 e 40 nel 2027.

Il commissario sarà nominato con decreto del Presidente del Consiglio su proposta del ministro della Salute e resterà in carica fino alla fine delle operazioni, comunque non oltre il 31 marzo 2027, con un compenso di 40.000 euro l'anno. Alle 9.40 del 7 ottobre 2026 il decreto di nomina non risulta pubblicato e il nome non è stato comunicato. La quota del 2027, cioè 40 milioni, arriva da un taglio di pari importo allo stanziamento per gli indennizzi dei danni da vaccino anti-Covid.

Perché le scorte sono nei magazzini dal 2020

La storia la ricostruisce la relazione tecnica che accompagna il decreto. Nel maggio 2020 il Commissario straordinario per l'emergenza affidò direttamente a SDA Express Courier, società del gruppo Poste Italiane, il trasporto, la custodia e la distribuzione dei dispositivi sanitari. Il contratto valeva all'inizio 30 milioni di euro per quattro mesi, poi è stato modificato e prorogato più volte, prima con Domenico Arcuri e poi con Francesco Paolo Figliuolo. Con la fine dell'emergenza la gestione è passata al Ministero della Salute, subentrato dal luglio 2023.

L'ultima ricognizione conta 312.504 m³ di materiali, pari a circa 22.692 t, distribuiti nei 16 depositi. Oltre 245.000 m³ sono mascherine, più di tre quarti del volume, il resto sono tute, camici, guanti e arredi. Secondo la relazione quasi il 99% è ormai classificabile come rifiuto non pericoloso, cioè materiale che non presenta le caratteristiche di pericolo fissate dalla normativa e può andare in impianti autorizzati senza le procedure previste per i rifiuti pericolosi.

Non è il primo tentativo di liberare i depositi. Nel 2022 la struttura guidata da Figliuolo, dopo aver cercato senza successo di vendere 218 milioni di mascherine di comunità prive di certificazione, affidò ad A2A lo smaltimento di quelle 2.500 t, la cui custodia costava dall'aprile 2021 313.000 euro al mese, come ricostruì all'epoca Il Post. Lo stock da smaltire oggi è circa nove volte più grande.

Cosa può fare il commissario e cosa non è ancora chiaro

Tra la nomina, non ancora avvenuta, e la scadenza del 31 marzo 2027 restano meno di sei mesi. Per stare nei tempi la norma concede al commissario due deroghe. Può affidare il servizio agli operatori nei cui depositi i materiali sono già custoditi, quindi anche a SDA, senza applicare il Codice dei contratti pubblici, nel rispetto dei principi generali e del diritto europeo. Può derogare a procedure, termini, autorizzazioni e pareri del Testo unico ambientale, la legge che regola la gestione dei rifiuti, quando è strettamente necessario per chiudere in tempo. Entro 30 giorni dalla fine dell'incarico dovrà consegnare al ministro una relazione conclusiva.

Il testo non dice come verranno smaltiti i materiali, se con il riciclo, in discarica o nei termovalorizzatori, gli impianti che bruciano i rifiuti per produrre energia. Non distingue nemmeno quanta parte degli 84 milioni andrà alla custodia e quanta allo smaltimento, e non quantifica quanto sia costata in totale la custodia dal 2020 a oggi.

Le coperture del 2026 arrivano per 25 milioni dallo stanziamento per le transazioni nelle cause per danni da sangue infetto e da vaccinazioni obbligatorie, per 10 milioni da un'altra autorizzazione di spesa della legge finanziaria 2006 e per 9 milioni dal fondo per le esigenze indifferibili. Lo stesso articolo 4, con un comma aggiunto durante l'esame alla Camera, consente alle Regioni di usare fino al 2027 le risorse Covid residue per recuperare le liste d'attesa, come riporta il dossier della Camera sul provvedimento.

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