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L’Europa scommette sul capitale scientifico con un finanziamento da 210 milioni

L’Europa scommette sul capitale scientifico con un finanziamento da 210 milioni

L’ERC apre il bando ERC Plus da 210 milioni nell’ambito di Choose Europe. Analisi finanziaria su talento, divario di spesa in R&S e competitività europea.

La cifra, da sola, dice poco. Duecentodieci milioni di euro rappresentano una frazione marginale del bilancio comunitario e una rotondità quasi trascurabile rispetto ai flussi che attraversano ogni giorno i mercati finanziari europei. Eppure il bando che il Consiglio Europeo della Ricerca (ERC) ha aperto il 2 giugno 2026 va letto per ciò che segnala, più che per ciò che movimenta. È una decisione di allocazione del capitale che riguarda l’asset meno liquido e più strategico di cui un’economia avanzata dispone, vale a dire le persone capaci di produrre conoscenza di frontiera. Il programma, denominato ERC Plus Grants, finanzierà progetti fino a 7 milioni di euro ciascuno per una durata massima di sette anni, con circa 30 finanziamenti previsti in questa prima competizione.

Per chi osserva l’Europa con la lente dell’economia e degli investimenti, l’operazione apre un interrogativo preciso: quanto vale, in termini di rendimento atteso, trattenere e attrarre i ricercatori più produttivi del pianeta? La risposta non sta in un foglio di calcolo, ma nelle dinamiche di lungo periodo che separano da vent’anni la traiettoria di crescita del continente da quella dei suoi concorrenti diretti.

Come funziona il nuovo strumento dell’ERC

Il bando porta il codice identificativo ERC-2026-PLUS ed è uno schema pilota, concepito e gestito direttamente dall’ERC. La dotazione complessiva è di 210 milioni di euro, l’importo massimo per progetto arriva a 7 milioni, la durata oscilla tra quattro e sette anni (minimo 48 mesi, massimo 84) e il contributo viene erogato come somma forfettaria unica. Una caratteristica distingue questo strumento dagli altri della famiglia ERC: ogni ricercatore può ottenere un ERC Plus Grant una sola volta nell’arco della propria carriera. La scadenza per la presentazione delle proposte è fissata al 2 settembre 2026, mentre l’esito definitivo della seconda fase di valutazione è atteso per metà giugno 2027.

L’accesso è deliberatamente ampio. Possono candidarsi principal investigator di qualsiasi nazionalità, residenti in qualunque parte del mondo al momento della domanda, a condizione che la ricerca venga ospitata da un’istituzione di uno Stato membro dell’Unione o di un Paese associato a Horizon Europe. Il criterio non è geografico ma qualitativo. Lo schema punta su ricercatori con idee audaci, capaci di aprire direzioni di ricerca completamente nuove e di generare avanzamenti scientifici trasformativi. Le proposte devono dimostrare di andare oltre il perimetro di un finanziamento ERC ordinario, ambizione che giustifica una dotazione tre volte superiore a quella di un Advanced Grant standard.

Il contesto istituzionale aiuta a dimensionare la portata. L’ERC, costituito dall’Unione Europea nel 2007, è il principale organismo europeo di finanziamento per la ricerca di frontiera di eccellenza e dispone, per il periodo 2021-2027, di un budget complessivo superiore a 16 miliardi di euro nell’ambito del programma Horizon Europe. All’interno di quella cornice, i 210 milioni dell’ERC Plus pesano poco più dell’1%. La loro funzione, tuttavia, è dimostrativa: testare se un’iniezione concentrata di risorse su pochi profili di altissimo livello produce effetti misurabili sulla capacità del continente di attrarre talento.

La logica finanziaria di “Choose Europe”

Il bando non nasce isolato. È finanziato nell’ambito dell’iniziativa “Choose Europe”, annunciata dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen alla Sorbona di Parigi nel maggio 2025. Il nome scelto è già un posizionamento di mercato. Si tratta, in sostanza, di un’operazione di branding rivolta a un bacino ristretto e contendibile di lavoratori della conoscenza, in un momento in cui il principale fornitore globale di finanziamenti scientifici, gli Stati Uniti, ha attraversato una fase di contrazione e incertezza sulle proprie agenzie federali.

Il dato che rivela l’efficacia potenziale di questa strategia è già visibile nei numeri delle domande. Sebbene la grande maggioranza dei candidati ai finanziamenti ERC provenga dall’Europa, le competizioni più recenti hanno registrato un forte incremento delle domande da ricercatori basati negli Stati Uniti, in alcuni casi quattro volte superiore rispetto alle edizioni precedenti. Per un analista, un movimento di questa ampiezza nelle preferenze di un fattore produttivo scarso e altamente specializzato è un segnale che precede, di norma, spostamenti più strutturali nei flussi di investimento privato e nelle decisioni localizzative delle imprese a forte intensità di ricerca.

Le parole della commissaria europea per Startup, Ricerca e Innovazione, Ekaterina Zaharieva, inquadrano l’ambizione in termini espliciti di posizionamento competitivo. Secondo la commissaria, l’Europa possiede tutti gli ingredienti per restare leader mondiale nella scienza (ricercatori di livello mondiale, istituzioni solide e un impegno per la libertà accademica) e con i nuovi ERC Plus Grants intende non solo trattenere le menti più brillanti, ma diventare la destinazione preferita dei migliori talenti scientifici al mondo. La presidente dell’ERC Maria Leptin, in carica dal novembre 2021, ha collocato lo strumento nella missione internazionale dell’istituzione, descrivendolo come l’occasione, per ricercatori eccezionali europei e non, di perseguire le proprie idee più ambiziose.

Il divario di spesa che giustifica la mossa

La retorica della leadership scientifica si scontra con una contabilità meno lusinghiera. Nel 2024 l’Unione Europea ha speso 403,1 miliardi di euro in ricerca e sviluppo, in crescita del 3,6% rispetto all’anno precedente, ma la quota sul PIL resta ferma al 2,24%, ben al di sotto dell’obiettivo del 3% fissato oltre vent’anni fa. Quel target, originariamente previsto per il 2010, è stato ripetutamente rinviato e oggi viene proiettato al 2030.

La distribuzione interna mostra un continente a velocità diverse. Stando ai dati Eurostat, solo sei Stati membri raggiungono o superano la soglia del 3%: Svezia (3,6%), Belgio (3,4%), Austria (3,3%), Finlandia (3,2%), Germania (3,1%) e Danimarca (3,0%). All’estremo opposto, sette Paesi restano sotto l’1%, in prevalenza Stati entrati nell’Unione dopo il 2004, tra cui Romania (0,46%), Malta (0,51%), Cipro (0,65%) e Bulgaria (0,77%). Una dispersione di questa ampiezza spiega perché la spesa aggregata europea fatichi a tradursi in massa critica nei settori a maggiore intensità tecnologica.

Il confronto internazionale aggrava il quadro. La Corea del Sud guida la classifica dell’intensità di R&S con il 4,85%, seguita dagli Stati Uniti al 3,59%, dal Giappone al 3,41% e dalla Cina al 2,56%, che ha superato la media europea. L’Europa, in altri termini, non solo spende meno in proporzione, ma vede i propri rivali allargare il passo proprio sulle tecnologie che determineranno la produttività dei prossimi decenni.

Il capitale umano come asset di bilancio

La scelta di concentrare risorse sulle persone, anziché sulle infrastrutture o sui consorzi industriali, riflette una precisa teoria del valore. Nella ricerca di frontiera il fattore limitante non è quasi mai il denaro in senso assoluto, bensì la disponibilità di individui in grado di formulare domande nuove e di guidare gruppi capaci di rispondervi. Un principal investigator di prima fascia è, dal punto di vista economico, un asset che genera esternalità positive ben oltre il proprio laboratorio: forma dottorandi, attrae co-investimenti, deposita brevetti, costituisce spin-off e, in molti casi, ancora al territorio un intero ecosistema di fornitori e collaboratori.

La portabilità del finanziamento amplifica questa logica. Le borse ERC seguono il ricercatore e gli consentono di negoziare con l’istituzione ospitante le migliori condizioni di lavoro, trasformando il singolo scienziato in un soggetto dotato di potere contrattuale paragonabile a quello di un free agent in un mercato del lavoro globale. L’anno scorso l’ERC ha ampliato il sostegno ai ricercatori che si trasferiscono in Europa: i candidati a Starting, Consolidator e Advanced Grant attualmente basati fuori dal continente possono richiedere fino a 2 milioni di euro di finanziamento aggiuntivo per trasferire il proprio laboratorio o gruppo di ricerca verso uno Stato membro o un Paese associato. Il meccanismo equivale a un premio di rilocalizzazione, uno strumento che le imprese conoscono bene e che ora viene applicato sistematicamente alla scienza pubblica.

L’obiettivo dichiarato è duplice e simmetrico, perché punta sia a richiamare talento dall’esterno sia a consolidare quello già presente. La componente difensiva non va sottovalutata. Per decenni l’Europa ha funzionato come bacino di formazione i cui frutti migliori venivano raccolti altrove, in particolare oltre Atlantico, generando un trasferimento netto di capitale umano che nessun bilancio nazionale ha mai contabilizzato come perdita ma che pesa concretamente sulla produttività di lungo periodo. Invertire anche solo parzialmente quel flusso ha un valore economico difficile da sovrastimare.

Il nodo del ritorno sull’investimento

Resta la domanda che ogni allocatore di capitale si pone: questi soldi rendono? La ricerca di frontiera ha un profilo di rischio tipico del venture capital, con un’elevata percentuale di progetti che non raggiungono risultati eclatanti e una minoranza che genera rendimenti sproporzionati. L’ERC ha costruito attorno a questa asimmetria un’infrastruttura dedicata alla valorizzazione economica, lo schema Proof of Concept, pensato per accompagnare i finanziati dal risultato scientifico alle prime fasi di commercializzazione.

I dati raccolti dall’istituzione suggeriscono che la connessione tra ricerca pura e applicazione industriale è più frequente di quanto la narrazione comune lasci intendere. Molti avanzamenti che non conquistano le prime pagine alimentano in silenzio tecnologie su cui si fonda l’attività di interi comparti produttivi. È esattamente il tipo di rendimento differito che un investitore di lungo periodo dovrebbe valutare, poiché si manifesta su orizzonti temporali incompatibili con i cicli trimestrali dei mercati ma decisivo per la traiettoria competitiva di un sistema economico.

Il confronto con i concorrenti rende tangibile il costo dell’inazione. Nel settore farmaceutico, dove il legame tra spesa in R&S e creazione di valore è particolarmente diretto, il crescente divario di investimento tra Europa, Stati Uniti e Cina si è accompagnato a un declino relativo delle nuove entità molecolari scoperte nel continente, con l’Unione scesa dietro la Cina per numero di nuove molecole già nel 2023. Ogni molecola persa è, in prospettiva, un flusso di ricavi e di occupazione qualificata che si forma altrove.

La cornice macroeconomica: il monito di Draghi

I 210 milioni dell’ERC Plus assumono il loro significato pieno solo se collocati dentro la diagnosi più ampia formulata dal rapporto The Future of European Competitiveness, presentato da Mario Draghi nel settembre 2024. Il documento ha quantificato con freddezza il problema. Il divario di PIL tra Unione Europea e Stati Uniti, misurato a prezzi 2015, si è progressivamente ampliato da poco più del 15% nel 2002 al 30% nel 2023, alimentato soprattutto da un rallentamento più marcato della produttività in Europa. La conseguenza, secondo l’analisi, è ricaduta sulle famiglie europee sotto forma di livelli di vita più bassi rispetto a quanto sarebbe stato possibile.

La ricetta proposta è di ordine di grandezza completamente diverso rispetto agli stanziamenti dell’ERC. Draghi ha indicato la necessità di circa 800 miliardi di euro di investimenti annui, equivalenti al 4-5% del PIL dell’Unione, per unificare i mercati dei capitali, semplificare la regolamentazione e accelerare l’innovazione in intelligenza artificiale, tecnologie pulite e difesa. La relazione individua nel mancato raggiungimento dell’obiettivo del 3% di spesa in R&S, fissato dai leader europei oltre due decenni fa, una ragione fondamentale del ritardo dell’Unione rispetto a Stati Uniti e Cina.

Su questa linea si è mossa anche la riflessione politica successiva. La bozza di “Dichiarazione di Budapest” sul nuovo Patto europeo per la competitività ha proposto un obiettivo di spesa in ricerca e innovazione del 4% del PIL entro il 2030, innalzando ulteriormente l’asticella rispetto al traguardo storico mai conseguito. La distanza tra queste ambizioni e l’attuazione concreta resta ampia: a un anno dalla pubblicazione del rapporto, solo circa l’11% delle raccomandazioni di Draghi risultava implementato. In un simile contesto, un bando da 210 milioni vale soprattutto come prova di volontà politica, un piccolo segnale di credibilità in un programma che ne richiede molti altri e di scala assai maggiore.

Cosa osservare per investitori e sistema produttivo

Per chi guarda all’Europa come spazio di allocazione del risparmio, lo schema ERC Plus offre alcuni indicatori utili da monitorare nei prossimi trimestri. Il primo è la provenienza geografica dei finanziati, che misurerà la capacità reale del continente di intercettare talento internazionale al di là delle dichiarazioni. Il secondo è la composizione tematica delle proposte vincitrici, che anticipa le aree su cui si concentrerà l’attività brevettuale e, a cascata, l’interesse degli investitori specializzati nel deep tech.

Un terzo elemento riguarda l’effetto leva. Un finanziamento pubblico di questa natura raramente resta isolato, perché tende a catalizzare co-investimenti istituzionali, fondi nazionali e capitale privato attratto dalla validazione implicita che una borsa ERC fornisce. La presenza di un principal investigator di prima fascia in un’università o in un centro di ricerca modifica il profilo di rischio percepito dell’intero ecosistema circostante, con ricadute sul valore degli incubatori, sulla nascita di spin-off e sulla disponibilità di forza lavoro altamente qualificata in un dato territorio.

Il limite strutturale, d’altra parte, è altrettanto evidente. Trenta finanziamenti, per quanto generosi sul piano individuale, non spostano gli aggregati di un’economia da quasi venti trilioni di euro di PIL. La frammentazione fiscale e la mancata unione dei mercati dei capitali continuano a rappresentare i veri colli di bottiglia, perché impediscono al risparmio europeo, abbondante in termini assoluti, di confluire verso gli impieghi a più alto potenziale di crescita. Finché quel nodo resterà irrisolto, iniziative come l’ERC Plus rischiano di funzionare come singoli investimenti di alta qualità all’interno di un portafoglio che resta strutturalmente sottoesposto all’innovazione.

La scommessa europea, dunque, si gioca su un piano che precede i mercati e li condiziona. Decidere di pagare sette milioni per sette anni a una trentina di menti tra le più produttive al mondo significa accettare una tesi precisa, ovvero che la conoscenza di frontiera sia l’unica materia prima che il continente può ancora controllare e moltiplicare. Se quella tesi reggerà alla prova dei dati lo diranno i prossimi cicli di valutazione, non i comunicati. Per ora resta un capitolo piccolo ma rivelatore di una strategia che l’Europa dovrà dimostrare di saper finanziare su scala ben diversa.