Flessibilità del mercato del lavoro: problema o opportunità?

In questoarticolo andiamo ad esaminare se le varie riforme del mercato dellavoro effettuate in Italia, volte a flessibilizzare l’entrata el’uscita dal mondo del lavoro, hanno portato vantaggi o svanta...

A cura di Redazione Redazione
16 febbraio 2020 19:52
Flessibilità del mercato del lavoro: problema o opportunità? -
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In questo
articolo andiamo ad esaminare se le varie riforme del mercato del
lavoro effettuate in Italia, volte a flessibilizzare l’entrata e
l’uscita dal mondo del lavoro, hanno portato vantaggi o svantaggi
all’economia nazionale.

COSA SONO LE
RIFORME DEL MERCATO DEL LAVORO?

Le riforme del
mercato del lavoro si collocano in un contesto di riforme strutturali
che l’Italia dovrebbe effettuare per crescere economicamente ed
aumentare l’occupazione. Il percorso di riforma del mercato del
lavoro è iniziato nel 1997 con il pacchetto Treu, poi la legge Biagi
del 2003, in seguito la legge Giovannini del 2013, e infine si è
concluso con il Jobs Act e l’”abolizione” dell’articolo 18
dello Statuto dei Lavoratori ad opera del Governo Renzi. A grandi
linee è stato questo il percorso seguito dai vari esecutivi per
flessibilizzare il mercato del lavoro.

La flessibilità
del lavoro, in entrata, ma soprattutto in uscita, contribuirebbe a
ridurre il costo del lavoro per le imprese, riducendo sia i costi di
licenziamento, sia il costo del fattore lavoro. Minori tutele
lavorative portano infatti ad una riduzione dei salari reali
(deflazione salariale), tali da rendere così i sindacati e i
lavoratori più deboli sul piano della contrattazione. Su ciò ha
influito molto anche la libertà di movimento dei capitali: “o
accetti il salario che ti propongo o delocalizzo”, tertium non
datur.

Riforme simili
sono state effettuate in Francia con i loi travail, in Germania con
il piano Hartz, in Spagna, Grecia, e Portogallo. Obiettivo finale,
non era tanto l’aumento dell’occupazione e/o la crescita, quanto
il recupero delle competitività sui mercati esteri, che è avvenuto
tramite una riduzione del prezzo dei beni esportati. Svalutare il
cambio, infatti, allo stato attuale delle cose ci è impossibile in
quanto siamo in un regime di cambi fissi. Si svaluta così il salario
(in gergo tecnico deflazione salariale), in una corsa al ribasso tra
paesi europei, a scapito della domanda interna.

Inoltre, secondo
la vulgata, maggiore flessibilità avrebbe anche aumentato la
produttività delle nostre imprese.

HANNO FUNZIONATO
QUESTE RIFORME?

Rispondiamo andando a guardare i dati

L’ISTAT, nel “Rapporto annuale 2019 - La situazione del Paese” certifica che sono aumentati i part time (1 milione in più rispetto al 2018) e i contratti a tempo determinato +760.000 rispetto al 2008. Inoltre gli occupati a tempo pieno sono calati di 876.000 unità, e le ore lavorate sono 2 miliardi in meno rispetto al periodo precedente alla crisi. Ricordiamo che per l’ISTAT è considerato occupato chi nella settimana di riferimento dell’indagine ha lavorato almeno un’ora.

L’occupazione è quindi si aumentata, ma quella precaria

Occupiamoci ora
della produttività. Secondo uno studio effettuato da Robert Gordon e
Ian Dew-Becker in “The role of labor market changes in the slowdown
of European productivity growth” la flessibilità del lavoro ha
contribuito al calo della produttività. In alcuni passi leggiamo:

“I nostri
risultati suggeriscono che almeno nel breve periodo imposte più
basse e una deregolamentazione del mercato del lavoro innalzano la
crescita dell’occupazione ma deprimono quella della produttività
[…]. Riducendo le tutele legislative dei lavoratori, i sussidi di
disoccupazione e le aliquote medie di imposta, i paesi provocano una
diminuzione del tasso di crescita della produttività tale da
cancellare in tutto o in parte i benefici di un’occupazione più
alta […]. La nostra analisi suggerisce che alcune riforme
considerate prioritarie dall’Agenda di Lisbona potrebbero si
innalzare il tasso di occupazione, ma anche ridurre la produttività,
determinando, come nelle nostre simulazioni, effetti trascurabili sul
reddito pro capite”.

E
ancora in “Experience, Innovation and Productivity. Empirical
Evidence from Italy’s Slowdown” di Francesco Daveri e Maria Laura
Parisi troviamo:

“Queste
modifiche legislative (il pacchetto Treu) dettero pieno
riconoscimento legale a una quantità di forme contrattuali part-time
e temporanee, alcune delle quali esistevano da prima, anche se
confinate al mercato del lavoro non ufficiale. L’abbondanza di
lavoro a buon mercato derivante da queste riforme monche ha
determinato un declino del rapporto capitale/lavoro di equilibrio.
Potrebbe anche aver scoraggiato la capacità innovativa di molti
imprenditori, che sono stati posti a confronto con la tentazione
irresistibile da adottare tecniche che usassero in modo intensivo i
lavoratori part-time, la cui disponibilità sul mercato del lavoro
era aumentata”.

Inoltre in
“Alcune riflessioni sulle cause reali della crisi finanziaria”,
Giuseppe Travaglini scrive:

“Il basso costo
del lavoro ha agito da disincentivo per le imprese ad accrescere
l’efficienza, rendendo profittevoli attività a basso valore
aggiunto, altrimenti marginali […]. La moderazione salariale
quindi, oltre che deprimere le retribuzioni e i consumi, favorendo
l’indebitamento, ha depresso l’investimento di qualità, i
processi innovativi e la crescita della ricchezza nazionale”.

Ulteriore
conferma di quanto sostenuto può essere trovata in “Reforms,
labour market functioning and productivity dynamics: a sectoral
analysis for Italy” di Cecilia Jona Lasinio,e Giovanna Vallanti, in
“Is there a trade-off between labour flexibility and productivity
growth? Some evidence from Italian firms” di Federico Lucidi e
ancora in “Italy: from economic decline to current crisis” di
Pasquale Tridico.

CONCLUSIONI

In conclusione
possiamo affermare che le riforme del mercato del lavoro non hanno
arrecato giovamento all’economia italiana, anzi, hanno amplificato
il calo di produttività (una risorsa meno preziosa viene usata
peggio), e hanno inasprito la crisi di domanda che stiamo vivendo.
Tali riforme andrebbero altresì applicate nelle fasi di espansione
del ciclo economico e non nelle fasi di recessione, come invece è
avvenuto.

E’ quindi ora
necessario fare un passo indietro, magari ristabilendo nei contratti
collettivi un’indicizzazione, che tenga conto della produttività e
dell’inflazione (scala mobile), e riabilitando l’articolo 18
dello Statuto dei Lavoratori. Inoltre sarebbe urgente ripensare
radicalmente il progetto di integrazione europea, che scarica i costi
sui lavoratori smantellando i diritti sociali e deflazionando i
salari.

Articolo di Matteo Mariotti

FONTI:

  • Oltre
    l’austerità, S. Cesaratto, M. Pivetti
  • Dieci anni
    di legge Biagi in Italia, W. Passerini
  • Alcune
    riflessioni sulle cause reali della crisi finanziaria, G. Travaglini
  • “Reforms,
    labour market functioning and productivity dynamics: a sectoral
    analysis for Italy”, C. J. Lasinio, G. Vallanti
  • “Is
    there a trade-off between labour flexibility and productivity
    growth? Some evidence from Italian firms”. F. Lucidi
  • “Italy:
    from economic decline to current crisis” di P. Tridico
  • “Experience,
    Innovation and Productivity. Empirical Evidence from Italy’s
    Slowdown”, F. Daveri e M. L. Parisi
  • “The
    role of labor market changes in the slowdown of European
    productivity growth”, R. Gordon e I. Dew-Becker
  • “Rapporto
    annuale 2019 - La situazione del Paese”, ISTAT

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