Eurostat ha confermato il 22 aprile 2026 il disavanzo italiano sopra la soglia del 3%, impedendo l’uscita anticipata dal braccio correttivo del Patto di stabilità: ecco come funziona il meccanismo, quali conseguenze produce e quali margini restano a Roma.
Il 22 aprile 2026 Eurostat ha pubblicato la prima notifica ufficiale sui conti pubblici degli Stati membri relativi al 2025. Per l’Italia il verdetto porta un numero preciso: deficit al 3,1% del PIL, in discesa rispetto al 3,4% del 2024 ma ancora oltre la soglia del 3% fissata dai Trattati. La conseguenza operativa, come riferito dall’agenzia ANSA e confermata dalla stessa Commissione europea, è che Roma resterà dentro la procedura per disavanzo eccessivo almeno fino al prossimo ciclo di verifica. Il governo puntava a uscirne anticipatamente per liberare spazi di spesa, in particolare sul fronte della difesa. La partita si è chiusa su pochi decimali, ma con effetti concreti sulla prossima legge di bilancio e sui margini politici del governo Meloni.
Quel 3,1% non è un semplice dato contabile. È il risultato di una catena di decisioni che parte dal Trattato di Maastricht, passa per il Patto di stabilità riformato nel 2024 e arriva alla conferenza stampa del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che al termine del Consiglio dei ministri del 22 aprile ha citato la celebre frase di Vujadin Boskov: «Rigore è quando arbitro fischia». In questo caso l’arbitro è Eurostat e le regole del gioco sono scritte negli articoli 121 e 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Per capire cosa è successo davvero, e soprattutto cosa succederà nei prossimi mesi, è necessario smontare pezzo per pezzo il meccanismo che tiene l’Italia dentro la sorveglianza rafforzata.
La procedura per disavanzo eccessivo, spesso indicata con l’acronimo italiano PDE o con quello inglese EDP (Excessive Deficit Procedure), costituisce il cuore del braccio correttivo del Patto di stabilità e crescita. Nasce come strumento per impedire che un singolo Paese con finanze pubbliche disordinate possa mettere in difficoltà l’intera area euro. Il ragionamento di fondo è semplice: in un’unione monetaria, un debito sovrano troppo alto in uno Stato membro può tradursi in tassi d’interesse più elevati per tutti, in fenomeni di contagio finanziario e in pressioni sulla moneta unica. Non è un’ipotesi teorica. Tra il 2010 e il 2012 la crisi dei debiti sovrani ha dimostrato con quale rapidità uno shock localizzato possa trasformarsi in una crisi sistemica.
I due parametri di riferimento sono fissati da un protocollo allegato al Trattato e sono noti da oltre trent’anni: il deficit pubblico non può superare il 3% del PIL, il debito pubblico non può superare il 60% del PIL. Qualora uno di questi due valori venga sforato, la Commissione europea prepara un rapporto ai sensi dell’articolo 126, paragrafo 3, del Trattato e lo Stato finisce sotto osservazione. Il secondo parametro, quello sul debito, non viene mai applicato in modo automatico: esiste un criterio di riduzione progressiva che consente di considerare sostenibile anche un debito elevato, purché scenda a ritmi ragionevoli verso il valore di riferimento.
Nella realtà, la procedura viene attivata in modo quasi esclusivo sul criterio del deficit. Quando Eurostat valida un consuntivo annuale che supera il 3%, e quando quello sforamento non è né eccezionale né temporaneo, la Commissione europea propone al Consiglio l’apertura formale. È quello che è successo all’Italia il 26 luglio 2024, quando il Consiglio UE ha ufficialmente aperto la procedura a fronte del disavanzo del 7,4% registrato nel 2023. Da quel momento Roma ha un calendario preciso da rispettare, con target sulla spesa netta e sul saldo primario strutturale.
Una volta avviata la procedura, il Consiglio adotta una raccomandazione che fissa un percorso di rientro. Nel caso italiano il Consiglio, a gennaio 2025, ha approvato il piano strutturale di bilancio di medio termine 2025-2029, esteso su sette anni grazie alla clausola che premia chi presenta un piano credibile di riforme e investimenti. Il documento stabilisce due elementi chiave. Il primo è l’obiettivo finale, cioè riportare il deficit sotto il 3% entro il 2026. Il secondo è il tetto di crescita della spesa netta, fissato all’1,3% nominale per il 2025 e all’1,6% per il 2026.
La spesa netta è il nuovo indicatore introdotto dalla riforma del Patto di stabilità del 2024 (regolamento UE 2024/1263). Si tratta della spesa pubblica complessiva, al netto degli interessi sul debito, degli effetti ciclici sulla disoccupazione, delle misure discrezionali sulle entrate e dei cofinanziamenti UE. L’idea è di misurare ciò che il governo decide effettivamente di spendere, togliendo le componenti automatiche o fuori dal controllo politico. Se un Paese supera il limite di crescita assegnato, la Commissione attiva una procedura di scostamento significativo, che può condurre a una nuova apertura o a un inasprimento della PDE già in corso.
Sul piano formale, la procedura prevede fasi progressive. Il Consiglio può rivolgere allo Stato membro raccomandazioni non pubbliche, poi pubbliche, poi una vera e propria intimazione con calendario serrato. L’ultimo gradino sono le sanzioni pecuniarie: deposito infruttifero fino allo 0,2% del PIL, convertibile in ammenda fino allo 0,5% del PIL se le raccomandazioni restano ignorate. In aggiunta, il regolamento UE 1173/2011 prevede la possibilità di sospendere pagamenti dai fondi strutturali. Va detto con chiarezza: le sanzioni non sono mai state effettivamente irrogate. Hanno funzione deterrente e politica, non punitiva. Il vero peso della procedura sta nella sorveglianza rafforzata, che limita gli spazi negoziali del governo nazionale e vincola le scelte della manovra autunnale.
I dati validati da Eurostat il 22 aprile 2026 disegnano il quadro italiano in modo netto. Il disavanzo pubblico si colloca a 69,4 miliardi di euro, contro i 73,8 miliardi del 2024, con una discesa significativa rispetto al picco del 7,4% del 2023. Il debito pubblico è però salito in valore assoluto a 3.096 miliardi, pari al 137,1% del PIL, dal 134,7% del 2024. La dinamica è tipica: il deficit annuo si riduce ma il debito in termini di PIL cresce perché il denominatore, cioè la crescita economica, resta fiacco.
Lo scarto rispetto alla soglia è minuscolo. Il valore effettivo calcolato dal Ministero dell’Economia è del 3,07%, come ricordato dallo stesso Giorgetti in un question time al Senato. Eurostat applica la regola di arrotondamento al decimale e certifica 3,1%. Per uscire dalla procedura il rapporto doveva scendere sotto il 2,95%, cioè arrotondarsi a 2,9%. Dalla Commissione europea era trapelata la disponibilità ad accontentarsi anche di un 2,99%, purché le prospettive future mostrassero continuità nella correzione. Il 3,07% resta fuori da qualunque flessibilità interpretativa.
Le cause dello sforamento sono note da tempo. Il peso residuo del Superbonus continua a gravare sui conti pubblici per effetto delle regole contabili Eurostat che impongono di contabilizzare l’intero credito d’imposta nell’anno di maturazione, anche se la compensazione fiscale avverrà negli anni successivi. Il governo Meloni ha denunciato più volte questo effetto, ma le regole contabili sono definite a Lussemburgo e non cambiano su richiesta nazionale. Senza la coda del Superbonus, secondo le stime del MEF, il deficit 2025 sarebbe stato significativamente sotto il 3%.
Il verdetto del 22 aprile non è però la parola definitiva. La Commissione europea esaminerà i numeri aggiornati e si pronuncerà formalmente il 3 giugno 2026 con il cosiddetto pacchetto primavera, che contiene le raccomandazioni-Paese del Semestre europeo e le decisioni sulle procedure aperte. A quella data il destino della PDE italiana sarà ufficialmente scritto. Nel frattempo il governo ha approvato il nuovo Documento di finanza pubblica (DFP), che sostituisce il vecchio DEF nella cornice del Patto riformato. Il documento contiene la fotografia aggiornata dei conti e le previsioni per il triennio 2026-2028.
Le stime di crescita del PIL reale sono state riviste al ribasso: 0,6% nel 2026 (dal precedente 0,7%), 0,6% nel 2027 (dallo 0,8%), 0,8% nel 2028 (dal 0,9%). Numeri che riflettono il rallentamento globale e l’impatto dello shock energetico legato alle tensioni in Medio Oriente. Il ministro Giorgetti ha parlato apertamente di possibile recessione in assenza di interventi sul fronte energetico, e non ha escluso di ricorrere a uno scostamento di bilancio per fronteggiare l’emergenza.
La permanenza nella procedura produce una serie di effetti che vanno ben oltre la contabilità formale. Il primo, e forse il più rilevante sul piano politico, riguarda la clausola di salvaguardia per la difesa. Le nuove regole europee, introdotte nel quadro del piano ReArm Europe, permettono agli Stati membri di escludere dal calcolo della spesa netta gli investimenti in difesa, entro certi limiti e a precise condizioni. La clausola è tuttavia attivabile solo fuori dalla procedura per disavanzo eccessivo. Per l’Italia questo significa rinunciare, almeno per quest’anno, a circa 12 miliardi di euro di spazio fiscale aggiuntivo nei prossimi tre anni, secondo le stime del Ministero dell’Economia. Dato non irrilevante per un governo che deve rispettare gli impegni di spesa militare presi in sede NATO.
Il secondo effetto riguarda la costruzione della manovra autunnale. Dentro la procedura, ogni misura di spesa deve essere coperta con rigore contabile molto più stretto di quello richiesto fuori dal braccio correttivo. La classificazione delle voci diventa più sensibile: la differenza fra spesa corrente, investimento e trasferimento produce esiti diversi sul calcolo della spesa netta. Il Dipartimento della Ragioneria generale dovrà giustificare ogni scelta davanti ai funzionari della Direzione generale Affari economici della Commissione, con un livello di dettaglio che limita le libertà del legislatore.
Il terzo effetto, meno visibile ma altrettanto concreto, riguarda il costo del debito. I mercati leggono la permanenza nella procedura come segnale di minore credibilità fiscale e possono pretendere uno spread più alto sui BTP rispetto al Bund tedesco. La correlazione non è meccanica e dipende da molte variabili, ma a parità di condizioni la sorveglianza rafforzata tende a mantenere il premio per il rischio su livelli più elevati. Su un debito di oltre 3.000 miliardi, anche pochi punti base di differenza si traducono in cifre significative nell’arco di un anno.
L’Italia non è sola. La procedura aperta nel luglio 2024 riguarda nove Paesi oltre a Roma: Francia, Belgio, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Malta e altri. La Francia, con un deficit superiore al 5% e un debito in rapida espansione, si trova in una posizione per molti versi più complicata. Il Belgio sconta problemi strutturali di lungo periodo. La Polonia ha aumentato fortemente la spesa militare dopo l’invasione russa dell’Ucraina e paga il prezzo contabile di quella scelta.
La presenza di un gruppo così ampio di Paesi sotto procedura offre all’Italia una copertura politica significativa in sede di Consiglio UE. Difficilmente Bruxelles potrà irrigidirsi in modo asimmetrico su Roma quando deve gestire contemporaneamente una situazione francese più delicata. Allo stesso tempo, la coda statistica del Superbonus rende la posizione italiana peculiare: molti commissari europei sanno che senza quel fardello contabile l’Italia sarebbe già fuori, e questo alimenta una certa disponibilità tecnica a valutare con maggiore flessibilità i prossimi passaggi.
Il nodo decisivo si chiama 2026. Il DFP appena approvato prevede un deficit al 2,9%, margine sottilissimo ma sufficiente in teoria a chiudere il dossier con Bruxelles. Per raggiungere quel numero il governo deve tenere la spesa netta entro il tetto dell’1,6%, mantenere un avanzo primario in crescita e sperare che il PIL non rallenti oltre le stime già riviste. La coincidenza di tutti questi elementi non è scontata, specialmente se la crisi energetica dovesse inasprirsi o se la congiuntura internazionale dovesse peggiorare.
Le leve disponibili per restringere il disavanzo sono tre. La prima è il taglio della spesa corrente, percorso politicamente impopolare e tecnicamente complicato per un’amministrazione pubblica con ampie rigidità strutturali. La seconda è l’aumento delle entrate, via che può passare da nuovi prelievi, dal recupero dell’evasione o da rendite fiscali una tantum come dividendi straordinari di società partecipate. La terza è la crescita del PIL, che riduce il rapporto deficit/PIL anche a parità di disavanzo nominale. Quest’ultima è la strada economicamente virtuosa ma dipende solo in parte dal governo: contano molto la congiuntura globale, la domanda estera, i prezzi delle materie prime.
Il DFP ha scelto una linea di prudenza, senza introdurre misure espansive e rinviando le decisioni politiche a una fase successiva. Giorgetti ha parlato esplicitamente di un documento che «fotografa la realtà», da completare con «decisioni politiche» nelle prossime settimane. Fra queste, oltre all’eventuale scostamento di bilancio, potrebbe rientrare la richiesta di attivazione di clausole di flessibilità legate agli shock energetici. La Commissione europea ha già mostrato apertura su questo tema, ma l’uso di clausole straordinarie richiede giustificazioni tecniche robuste e non è automatico.
Il caso italiano offre una lezione di metodo sulla costruzione delle politiche fiscali. Il Superbonus è stato introdotto nel 2020 come misura anticiclica per rilanciare il settore edilizio dopo la pandemia. La sua contabilizzazione secondo gli standard Eurostat ha però prodotto un effetto retroattivo che sta pesando sui conti anche cinque anni dopo la sua introduzione. Le norme contabili europee, riviste a seguito delle distorsioni emerse nel corso del 2023, impongono di iscrivere integralmente nel disavanzo dell’anno di maturazione il valore dei crediti d’imposta cedibili. Una scelta tecnica che ha ribaltato la classificazione originaria degli interventi e ha trasformato un beneficio pluriennale in un colpo concentrato sui conti.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha addossato la responsabilità alla sciagurata, parole sue, misura introdotta dal governo Conte II. L’argomento ha un suo fondamento tecnico, ma contiene una sottolineatura politica che trascura un elemento: il governo attuale ha firmato nel 2024 la riforma del Patto di stabilità, accettando i vincoli della nuova spesa netta fino al 2029, e ha utilizzato quasi integralmente lo spazio fiscale disponibile nelle manovre già approvate. La sorveglianza rafforzata non è solo eredità del passato, è anche frutto delle scelte di oggi.
Il calendario dei prossimi passaggi è denso. Entro fine aprile 2026 il DFP verrà trasmesso alla Commissione europea. Il 3 giugno la Commissione pubblicherà il pacchetto primavera con la posizione ufficiale sulla procedura italiana. In autunno, con la presentazione della legge di bilancio 2027, il governo dovrà dimostrare concretamente come intende portare il deficit 2026 sotto il 3%. Il primo trimestre del 2027 porterà i dati sul consuntivo 2026 validati da Eurostat, che rappresenteranno il vero banco di prova per la chiusura della procedura.
Per i risparmiatori e gli investitori retail, la vicenda ha implicazioni dirette. Il rendimento dei BTP riflette la percezione di affidabilità dei conti italiani, e una procedura aperta tende a mantenere lo spread più elevato di quanto sarebbe altrimenti. Per chi investe in obbligazioni governative italiane il dato può rappresentare un’opportunità (cedole più alte) o un rischio (volatilità superiore), a seconda dell’orizzonte temporale e del profilo. Le banche italiane, grandi detentori di debito pubblico domestico, sono sensibili alle variazioni degli spread e possono vedere oscillare la propria redditività in funzione delle dinamiche della PDE.
Per le imprese, il quadro è duplice. Da un lato, un governo vincolato dalla sorveglianza europea ha meno spazio per introdurre incentivi fiscali generosi, transizione 5.0 a parte. Dall’altro, la disciplina imposta da Bruxelles può spingere verso scelte di spesa più selettive, premiando investimenti produttivi rispetto a trasferimenti di breve respiro. Le PMI che lavorano con l’amministrazione pubblica dovrebbero aspettarsi tempi di pagamento più controllati e maggiore attenzione alla classificazione contabile dei crediti.
Un capitolo a parte merita la questione della spesa militare. L’Italia ha assunto impegni in sede NATO per portare la spesa per la difesa al 2% del PIL, soglia che nel 2026 dovrebbe essere raggiunta grazie a una combinazione di stanziamenti ordinari e misure straordinarie. La clausola di salvaguardia europea avrebbe permesso di scorporare gli investimenti militari dal calcolo della spesa netta rilevante ai fini del Patto. La permanenza nella procedura chiude questa porta almeno per un anno, e obbliga il governo a trovare coperture interne per le spese in difesa già programmate.
L’ipotesi dello scostamento di bilancio resta aperta. Il DFP non lo esclude, e il ministro Giorgetti ha lasciato intendere che in caso di aggravamento dello shock energetico il governo potrebbe chiedere al Parlamento il via libera a un indebitamento aggiuntivo. Si tratterebbe di una scelta straordinaria, con un iter parlamentare specifico (maggioranza assoluta delle Camere) e una giustificazione tecnica rigorosa. Bruxelles non si oppone pregiudizialmente agli scostamenti, ma chiede che siano motivati da eventi eccezionali e che abbiano carattere temporaneo.
La procedura per disavanzo eccessivo non è un meccanismo punitivo e nessuno, a Bruxelles, ha interesse a trattare l’Italia come un caso di scuola. È un dispositivo di sorveglianza che funziona per via di condizionalità progressive: più i numeri migliorano, più lo spazio negoziale si amplia; più i numeri peggiorano, più i vincoli si stringono. La discesa del deficit dal 7,4% del 2023 al 3,1% del 2025 rappresenta un miglioramento oggettivo. L’avvicinamento alla soglia del 3% senza raggiungerla rappresenta un limite politico e tecnico che richiede di essere superato nel 2026.
Il vero punto di svolta non sarà il comunicato della Commissione del 3 giugno, che confermerà in buona sostanza quanto già dichiarato da Eurostat. Il punto decisivo sarà la costruzione della legge di bilancio 2027, che dovrà tradurre in misure concrete l’obiettivo del 2,9%. Quella manovra dirà se il governo intende percorrere una via di consolidamento credibile o se cercherà di forzare gli spazi europei con scostamenti ripetuti. La credibilità fiscale italiana, sui mercati e in sede comunitaria, si misurerà su quella scelta più che su qualunque decimale arrotondato in un comunicato Eurostat.
Nel frattempo, il quadro resta aperto. L’Italia vive dentro una procedura formale di sorveglianza che condiziona le scelte di bilancio ma non le annulla. Il margine di manovra esiste e va difeso con disciplina tecnica, coerenza politica e una comunicazione istituzionale che non trasformi ogni decisione europea in una questione di prestigio nazionale. Le regole del Patto di stabilità non sono perfette, il dibattito sulla loro revisione resta vivo anche a Bruxelles, ma finché vigono devono essere rispettate da tutti i ventisette Stati membri. La differenza, per un Paese come l’Italia con un debito oltre il 137% del PIL, la fanno non i numeri arrotondati ma la capacità di costruire una traiettoria di rientro credibile anno dopo anno.