Per la prima volta in dodici anni la popolazione italiana non è diminuita: al 1° gennaio 2026 i residenti sono 58,943 milioni, quasi identici all’anno precedente.
Il dato ISTAT 2025 rivela che a tenere in equilibrio il saldo demografico è stato esclusivamente il flusso migratorio netto, pari a +296.000 unità, a fronte di un saldo naturale negativo di circa 296.000 persone. Le implicazioni economiche di questa fotografia, dal sistema pensionistico al mercato del lavoro fino alla sostenibilità del debito pubblico, sono profonde e strutturali.
Il rapporto sugli indicatori demografici 2025, pubblicato dall’ISTAT il 1° aprile 2026 con dati provvisori, fotografa un paese che ha interrotto una sequenza di dodici anni di declino della popolazione residente, ma per ragioni che nulla hanno a che vedere con una ripresa della natalità.
Nel 2025 sono nati 355.000 bambini, il 3,9% in meno rispetto al 2024, un nuovo minimo storico. I decessi si sono attestati a 652.000, sostanzialmente stabili rispetto all’anno precedente. Il saldo naturale (differenza tra nati e morti) è risultato pari a circa -296.000 unità, in peggioramento rispetto al -283.000 del 2024. Il tasso di fecondità totale è sceso a 1,14 figli per donna, rispetto all’1,18 del 2024, il livello più basso mai registrato in Italia. L’età media della madre al parto ha raggiunto i 32,7 anni.
A compensare questo deficit naturale è stato il saldo migratorio con l’estero: 440.000 immigrazioni da paesi stranieri (in calo del 2,6% rispetto al 2024) contro 144.000 emigrazioni verso l’estero, queste ultime in flessione del 23,7% rispetto all’anno precedente. Il saldo netto è stato di +296.000, quasi esattamente uguale al deficit naturale, il che spiega la sostanziale stabilità della popolazione totale.
La popolazione con cittadinanza straniera residente in Italia ha raggiunto 5 milioni e 560.000 unità, il 3,5% in più rispetto all’anno precedente, pari al 9,4% del totale dei residenti. La distribuzione geografica è fortemente sbilanciata: la maggior parte dei cittadini stranieri risiede nelle regioni del Nord, dove rappresentano circa il 12% della popolazione locale, contro il 5% nel Mezzogiorno.
I dati ISTAT collocano l’Italia in una posizione di assoluta criticità nel panorama europeo in termini di struttura per età della popolazione. Il 24,7% della popolazione ha più di 65 anni, la quota più alta nell’Unione Europea. All’opposto, la quota di under 14 anni è dell’11,6%, la più bassa tra i paesi UE. L’età media della popolazione è superiore ai 46 anni.
Le proiezioni ISTAT pubblicate a luglio 2025 indicano che, nello scenario mediano, la popolazione italiana scenderà a 54,7 milioni entro il 2050 e a 45,8 milioni entro il 2080, con una riduzione del 22% nell’arco di cinquantacinque anni. Anche nello scenario più favorevole in termini di natalità, il numero di nascite non compenserà i decessi entro il 2080: un equilibrio naturale positivo è considerato statisticamente improbabile per l’intero arco temporale delle proiezioni.
Secondo le stime OCSE pubblicate nell’Employment Outlook 2025, tra il 2023 e il 2060 la popolazione italiana in età lavorativa diminuirà del 34%. Il rapporto tra anziani dipendenti e persone in età lavorativa salirà dall’attuale 0,41 (un dipendente ogni 2,4 lavoratori) a 0,76 (un dipendente ogni 1,3 lavoratori). La pressione demografica, stimano gli analisti OCSE, potrebbe ridurre la crescita annua del PIL pro capite di 0,67 punti percentuali in assenza di interventi strutturali.
Il sistema previdenziale italiano è già uno dei più onerosi tra i paesi avanzati. La spesa pubblica per pensioni si attesta intorno al 16% del PIL, seconda solo alla Grecia nel confronto OCSE. Circa un quarto di questa spesa non è coperta dai contributi previdenziali versati dai lavoratori attivi.
Il meccanismo di aggiustamento introdotto con la riforma contributiva del 1995 (sistema NDC, Notional Defined Contribution) prevede che le prestazioni pensionistiche si adeguino progressivamente all’aspettativa di vita e alla crescita economica. Tuttavia, la piena operatività di questo meccanismo non si verificherà per l’intero parco pensionati fino agli anni 2040, quando la generazione del baby boom sarà entrata completamente in quiescenza.
Secondo le stime OCSE, il rapporto di dipendenza pensionistica passerà da circa 34 pensionati ogni 100 lavoratori oggi a 60 pensionati ogni 100 lavoratori entro il 2070. Una proiezione dell’IMF basata sulle previsioni demografiche ONU, che scontano un deterioramento più rapido rispetto allo scenario governativo italiano, indica che la spesa pensionistica potrebbe superare il 20% del PIL intorno al 2040, con una deviazione di quattro punti percentuali rispetto alle stime ufficiali del Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Un ulteriore elemento di fragilità è il gender pension gap: il divario di pensione tra uomini e donne si attesta al 29% in Italia, sei punti sopra la media OCSE. La durata attesa della carriera lavorativa per le donne è di 25 anni, contro i 34 degli uomini, un differenziale che riduce sia la base contributiva sia la sostenibilità fiscale del sistema.
Il dato più rilevante per le proiezioni economiche di medio termine non è la stabilizzazione della popolazione totale, ma il fatto che tale stabilizzazione dipende interamente da un fattore esogeno e variabile come i flussi migratori. La popolazione con cittadinanza italiana è scesa di 189.000 unità nel 2025, mentre quella straniera è cresciuta di 188.000: la compensazione è aritmeticamente quasi esatta, ma strutturalmente fragile.
I settori che già oggi registrano un’incidenza critica di manodopera immigrata sono agricoltura, edilizia, logistica e assistenza agli anziani. Secondo le rilevazioni disponibili, i tassi di vacancy in questi comparti superano il 15%. Il governo Meloni ha risposto con l’espansione dei decreti flussi: i permessi di lavoro previsti tra il 2026 e il 2028 raggiungono quota 500.000, con priorità proprio per i settori citati. Questo dato segna una discontinuità significativa rispetto alla retorica sull’immigrazione che ha caratterizzato la comunicazione governativa, e riflette il riconoscimento implicito che il mercato del lavoro italiano non può funzionare senza manodopera straniera.
L’IMF, nell’aggiornamento sul paese pubblicato a settembre 2025, ha indicato che un pacchetto di riforme che aumenti la partecipazione femminile al mercato del lavoro, elevi i livelli di qualificazione e incrementi la produttività potrebbe aggiungere tra 0,1 e 0,4 punti percentuali alla crescita annua del PIL nel periodo 2025-2050. Si tratta di margini modesti, che evidenziano come i correttivi strutturali disponibili siano necessari ma non sufficienti a invertire la tendenza di lungo periodo.
L’invecchiamento della popolazione non produce solo effetti sul lato previdenziale: la spesa sanitaria è attesa in crescita quasi esponenziale fino al 2060, secondo le proiezioni elaborate con modello Bayesian Vector Autoregressive pubblicate su PMC nel 2025. La protezione sociale italiana assorbe già il 30,5% del PIL, di cui il 48% è destinato a pensioni. Il profilo di invecchiamento atteso nei prossimi decenni rischia di rendere questa struttura insostenibile senza revisioni significative.
Le regioni meridionali, al momento relativamente più giovani rispetto alla media nazionale, sono destinate a un invecchiamento accelerato: l’età media nel Sud passerà da 45,8 anni nel 2024 a 51,6 anni nel 2050, superando sia il Nord (50,2 anni) sia il Centro (51,2 anni) nello scenario mediano ISTAT. Questo processo avrà ricadute dirette sull’assetto della spesa pubblica territoriale e sull’organizzazione dei servizi sanitari locali.
Le proiezioni sulle famiglie segnalano un’ulteriore pressione: il numero di nuclei familiari è atteso in crescita fino al 2040 (da 26,5 a 27,2 milioni), trainato dall’aumento dei single anziani, per poi ridursi a 26,8 milioni nel 2050. L’incremento delle famiglie unipersonali implica una maggiore domanda di servizi di assistenza non coperti dalla rete familiare tradizionale.
Il calo della fecondità non è un fenomeno esclusivamente italiano: è comune a quasi tutti i paesi europei. Una specificità italiana, però, è che al calo del tasso di fecondità si sovrappone una riduzione della popolazione femminile in età fertile, conseguenza diretta del declino demografico degli ultimi decenni. Il numero di donne potenzialmente madri è più basso ogni anno che passa, il che rende strutturalmente difficile qualsiasi rimbalzo delle nascite anche in presenza di politiche di incentivo efficaci.
Le misure adottate fino ad oggi in materia di natalità, tra cui i bonus per le madri e gli assegni familiari, non hanno prodotto variazioni statisticamente rilevabili sul tasso di fecondità. La letteratura internazionale indica che le politiche familiari hanno effetti limitati sul numero di figli per donna, mentre incidono più significativamente sul timing delle nascite: anticipano o posticipano il momento del primo figlio, senza modificare la dimensione finale del nucleo familiare.
Nello scenario mediano delle proiezioni ISTAT, il tasso di fecondità è atteso in risalita da 1,18 figli per donna nel 2024 a 1,46 entro il 2080, con un picco del numero assoluto di nascite a 401.000 nel 2038. Anche in questo scenario, tuttavia, i nati non raggiungono mai il livello necessario a compensare i decessi: il tasso di sostituzione naturale della popolazione è di 2,1 figli per donna, un livello che l’Italia non raggiunge dagli anni Settanta del XX secolo.
Un elemento spesso trascurato nel dibattito macroeconomico riguarda la velocità di integrazione dei lavoratori stranieri nel sistema fiscale e contributivo. Le acquisizioni di cittadinanza italiana nel 2025 sono scese a 196.000, rispetto alle 217.000 del 2024 e alle 214.000 del 2023. Il calo è attribuito dall’ISTAT all’introduzione, avvenuta nel 2024, del decreto-legge che ha ristretto i requisiti per la cittadinanza per discendenza (ius sanguinis).
Dal punto di vista economico, il processo di naturalizzazione è rilevante perché tende a stabilizzare la permanenza dei lavoratori stranieri sul territorio, aumentandone la contribuzione previdenziale attesa nel lungo periodo e riducendo i tassi di ritorno al paese di origine. Una minore velocità di naturalizzazione può dunque tradursi in una minore stabilità del contributo migratorio alla base contributiva pensionistica, proprio nel momento in cui tale contributo diventa più importante.
Le comunità straniere con il maggior numero di naturalizzazioni nel 2025 sono state albanesi (26.000), marocchine (23.000) e rumene (16.000), che insieme rappresentano circa un terzo del totale. Tra le tendenze contrastanti si segnala la forte crescita delle naturalizzazioni tra i cittadini pakistani (+2.000 rispetto al 2024) e filippini (+1.500), a fronte di cali significativi tra albanesi e argentini (-6.000 ciascuno) e marocchini (-4.000).
Il presidente dell’ISTAT Francesco Maria Chelli, audito dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sugli effetti della transizione demografica, ha sintetizzato la situazione con una valutazione che merita attenzione: le previsioni demografiche hanno una solidità che le distingue nettamente dalle previsioni economiche. I meccanismi che determinano il declino sono già incorporati nella struttura per età della popolazione attuale e non possono essere invertiti nel breve o medio periodo.
Nello scenario mediano, entro il 2050 solo il 54% della popolazione italiana sarà in età lavorativa, a fronte di un restante 46% composto da anziani e minori. Questa dinamica implica che ogni lavoratore attivo dovrà sostenere una quota crescente di spesa sociale pro capite. Le stime OCSE indicano che, senza riforme strutturali, la crescita del PIL pro capite italiano potrebbe risultare negativa per effetto demografico: l’aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro, la riduzione del gender employment gap di almeno due terzi e la promozione dell’immigrazione regolare sarebbero le condizioni minime per portare a zero l’impatto demografico sulla crescita, senza tuttavia generare crescita positiva.
Per ottenere una crescita del PIL pro capite annua dell’1,34%, scenario considerato sostenibile dagli analisti OCSE, sarebbe necessario che l’Italia aumentasse la produttività a un tasso pari alla metà di quello registrato nei paesi OCSE negli anni Novanta: un obiettivo che, dati i trend di produttività italiana degli ultimi vent’anni, rimane sfidante.