Per diciassette anni, l’identità di Satoshi Nakamoto ha rappresentato il grande enigma irrisolto del mondo digitale. Chi ha inventato Bitcoin nel 2008, pubblicando uno dei documenti tecnici più influenti della storia moderna, ha scelto di scomparire lasciando dietro di sé soltanto un nome falso e milioni di domande. Ora il New York Times ci riprova: secondo una lunga inchiesta firmata da John Carreyrou, il celebre reporter che smontò la truffa di Theranos, Satoshi avrebbe un nome e un volto: Adam Back, crittografo britannico di 55 anni, CEO di Blockstream.
Back ha risposto con una sola frase su X: non sono io.
Back non è un nome qualunque nel mondo delle criptovalute. Nel 1997 inventò Hashcash, un sistema antispam basato su un algoritmo chiamato “proof of work”, che sarebbe diventato il pilastro tecnico su cui Bitcoin fu costruito. Satoshi in persona contattò Back nei mesi precedenti alla pubblicazione del white paper, per assicurarsi di citare correttamente il suo lavoro. Oggi Back guida Blockstream, azienda di infrastrutture blockchain, ed è a capo di una società che accumula riserve di Bitcoin quotata in borsa.
Il profilo corrisponde in molti punti a quello del creatore ideale di Bitcoin: la conoscenza tecnica, l’ideologia cypherpunk, l’interesse decennale per la privacy digitale e la moneta elettronica.
L’inchiesta, frutto di oltre diciotto mesi di lavoro, si regge principalmente su un’analisi stilometrica avanzata. Carreyrou, lavorando con l’editor dei progetti AI del NYT Dylan Freedman, ha assemblato gli archivi email di tre mailing list cypherpunk che coprono il periodo 1992-2008, fondendo tutto in un unico database e sottoponendolo a tre distinte analisi della scrittura. Il risultato è stato sempre lo stesso: Back come corrispondenza più probabile per Satoshi.
Gli “indicatori stilistici” individuati includono la doppia spaziatura dopo i punti, le grafie tipicamente britanniche, l’uso coerente del trattino in “double-spending” e l’alternanza irregolare tra “e-mail” ed “email”. Secondo il report, nessun altro tra i centinaia di iscritti a quelle liste replicava tutti questi tratti. Back sì.
C’è poi l’argomento del silenzio: Back, voce abituale nelle discussioni cypherpunk sulla moneta digitale per anni, smise di postare esattamente quando Bitcoin fu annunciato, per poi ritornare attivo circa sei settimane dopo la scomparsa definitiva di Satoshi nell’aprile 2011.
Back non si è limitato a negare. Ha spiegato con precisione perché le corrispondenze trovate non provino nulla. Essendo uno dei contributori più prolifici di quelle mailing list per decenni, il suo archivio di testi è enormemente più ampio di quello di altri iscritti. Più testo disponibile significa più possibilità che un algoritmo trovi corrispondenze con qualsiasi altro autore, compreso Satoshi. “È una combinazione di coincidenze e frasi simili tra persone con esperienze e interessi analoghi,” ha scritto.
La comunità crypto ha accolto l’inchiesta con scetticismo. Il contributor Bitcoin Jameson Lopp ha scritto che identificare Satoshi con la sola analisi stilometrica è impossibile, e ha criticato duramente la testata per aver dipinto un bersaglio su Adam Back con prove così fragili. Il ricercatore di Galaxy Digital Alex Thorn è stato ancora più diretto, parlando di “spazzatura” pubblicata dal New York Times.
Resta una domanda di fondo, sollevata anche da Back stesso: Satoshi possiede circa 1,1 milioni di Bitcoin, un patrimonio da decine di miliardi di dollari mai mosso. Chiunque sia, ha ogni ragione al mondo per restare nell’ombra. Back lo ha detto esplicitamente: rivelare l’identità del creatore metterebbe a rischio quella persona e la sua famiglia.
Forse il mistero più interessante non è chi sia Satoshi Nakamoto, ma perché siamo ancora qui a cercarlo.