Oro e argento hanno chiuso marzo 2026 con le perdite mensili più pesanti rispettivamente dal 2013 e dal 2011, capovolgendo la logica tradizionale che vuole i metalli preziosi come rifugio nei momenti di crisi geopolitica. Mentre il conflitto armato tra Stati Uniti e Iran (scoppiato a fine febbraio 2026) è ancora in corso, il prezzo dell’oro è crollato di quasi il 25% dal massimo storico di 5.602 dollari per oncia toccato a gennaio, e l’argento ha perso oltre il 40% dal suo picco di 121 dollari, raggiunto il 29 gennaio. A spiegare il paradosso sono la forza del dollaro americano, il rialzo dei rendimenti obbligazionari e la massiccia liquidazione di posizioni in leva accumulate durante il rally straordinario del 2025.
Per comprendere la portata del crollo, è necessario partire dal contesto che lo ha preceduto. Nel corso del 2025, l’oro ha registrato uno dei suoi migliori anni in decenni, con un guadagno superiore al 60% che ha portato il prezzo da circa 2.600 dollari all’oncia a livelli record. A trainare la corsa erano stati l’accumulo di riserve auree da parte delle banche centrali, in particolare di quelle dei mercati emergenti, la ricerca di protezione contro l’incertezza economica e geopolitica, e la debolezza strutturale del dollaro americano.
L’argento aveva sovraperformato anche il metallo giallo: nel 2025 era arrivato a guadagnare circa il 145%, sostenuto sia dalla domanda industriale proveniente da pannelli solari, elettronica e veicoli elettrici, sia dai flussi di acquisto speculativo da parte degli investitori finanziari. Entrambi i metalli avevano raggiunto i loro massimi storici assoluti il 28 e 29 gennaio 2026 rispettivamente, 5.602 dollari per l’oro e 121 dollari per l’argento, in coincidenza con il deterioramento del quadro geopolitico mediorientale.
Queste performance eccezionali avevano però lasciato i due metalli in una posizione di vulnerabilità tecnica. Come ha osservato Campbell Harvey, professore alla Fuqua School of Business della Duke University ed esperto di prezzi delle materie prime, il metallo aureo tende a generare rendimenti modesti o negativi nel periodo successivo a un massimo storico. La salita era stata talmente rapida da incoraggiare la costruzione di posizioni in leva di dimensioni storicamente inusuali, sia attraverso futures che tramite ETF: una base che, in caso di inversione del sentiment, avrebbe amplificato qualsiasi correzione.
L’attacco militare degli Stati Uniti all’Iran, avviato a fine febbraio 2026, avrebbe dovuto, secondo la logica convenzionale, alimentare una corsa all’oro. La storia insegna che le crisi geopolitiche spingono gli investitori verso gli asset rifugio: ricerche accademiche citate da Campbell Harvey mostrano che il prezzo dell’oro è salito in otto dei quattordici principali crolli azionari a partire dalla fine degli anni Ottanta.
Questa volta il copione non si è ripetuto. Deutsche Bank Research ha descritto apertamente il movimento dell’oro come “la mossa più insolita nei mercati durante la guerra con l’Iran,” sottolineando come l’oro abbia perso circa il 13% dalla sola data di inizio del conflitto, a fronte di un calo dell’S&P 500 del 7% e del Nasdaq dell’8% nello stesso periodo. Persino il Bitcoin ha tenuto meglio, con un ribasso di soli 2 punti percentuali. A fine marzo, l’oro si trovava a trattare intorno ai 4.500 dollari per oncia, dopo essere sceso fino a un minimo di 4.100 dollari.
Secondo quanto riportato da CNBC, Ross Norman, CEO del sito specializzato Metals Daily, ha individuato nella combinazione tra dollaro forte e rendimenti dei Treasury americani in rialzo i due fattori tecnici determinanti. La guerra in Iran ha fatto impennare i prezzi del petrolio, alimentando aspettative di inflazione persistente. I mercati hanno quindi rivisto radicalmente le previsioni sui tassi di interesse della Federal Reserve, passando da tre o quattro tagli attesi nel 2026 a zero o anche meno. Questo repricing ha alzato il costo opportunità di detenere oro, un asset privo di cedola, rispetto ai titoli di Stato americani, che invece remunerano il detentore.
Oltre ai fattori macro, un ruolo decisivo nella velocità e nell’entità del ribasso lo ha svolto la struttura delle posizioni finanziarie accumulate durante il bull market del 2025. Traders istituzionali e fondi speculativi avevano costruito posizioni rialziste in leva su futures e ETF sull’oro di dimensioni storicamente inusuali. Quando i prezzi hanno cominciato a cedere, le margin call hanno innescato vendite forzate, che hanno a loro volta rotto livelli tecnici chiave, attivando ulteriori ordini automatici di vendita algoritmici.
Iain Barnes, Chief Investment Officer di Netwealth, ha segnalato che la volatilità implicita dell’oro ha raggiunto il doppio del suo livello storico nei mesi recenti, proprio a causa dell’aumentata partecipazione di investitori finanziari con orizzonti temporali brevi. Questo fenomeno, descritto da più analisti come una “flight to liquidity” al posto della tradizionale “flight to quality,” è il meccanismo per cui, in fasi di stress acuto, anche gli asset rifugio vengono venduti per generare cassa e coprire perdite su altri fronti del portafoglio.
Come hanno scritto gli analisti di Intesa Sanpaolo in una nota trimestrale, i movimenti speculativi degli ultimi mesi hanno compromesso almeno nel breve termine la capacità di oro e argento di svolgere il ruolo di bene rifugio, con la ricerca di liquidità che ha alimentato le vendite di entrambi i metalli nelle prime settimane del conflitto.
L’argento ha subito perdite ancora più severe rispetto all’oro, con un calo di oltre il 40% dal massimo storico e una contrazione del 19% nel solo mese di marzo 2026, la peggiore performance mensile dalla seconda metà del 2011. A fine marzo il metallo bianco trattava intorno ai 67-70 dollari per oncia, dopo aver toccato un minimo in area 61 dollari.
La maggiore debolezza dell’argento rispetto all’oro si spiega con la sua doppia natura di asset finanziario e metallo industriale. Sul fronte finanziario, le stesse pressioni che hanno colpito l’oro (dollaro forte, rendimenti in rialzo, liquidazione di leva) si sono abbattute su un mercato strutturalmente più piccolo e quindi più volatile. Sul fronte industriale, i timori di rallentamento economico globale indotti dal conflitto e dall’impennata dei prezzi energetici hanno eroso le aspettative sulla domanda futura proveniente dai settori dei pannelli fotovoltaici, dell’elettronica e dell’infrastruttura per data center e reti 5G, che negli anni precedenti avevano rappresentato un pilastro fondamentale del mercato fisico.
Nello stesso periodo, altri metalli preziosi hanno risentito delle stesse dinamiche: il platino ha ceduto oltre il 4% in alcune sedute, mentre il palladio ha registrato cali analoghi, a conferma che il movimento non riguarda specificità di singoli metalli ma riflette un riposizionamento strutturale degli investitori sull’intera asset class.
La relazione inversa tra oro e dollaro americano è tra le più robuste nella letteratura finanziaria: poiché l’oro è quotato in dollari, un apprezzamento della valuta americana lo rende automaticamente più caro per gli acquirenti internazionali, comprimendo la domanda. Il US Dollar Index (DXY) si è rafforzato in modo significativo dall’inizio del conflitto, posizionandosi esso stesso come alternativa di riserva nella mente degli investitori, sottraendo domanda ai metalli preziosi.
Parallelamente, il rendimento del Treasury decennale americano era salito di circa mezzo punto percentuale nell’arco di un mese rispetto ai livelli pre-conflitto, attestandosi intorno al 4,45% a fine marzo. Questo rialzo dei rendimenti obbligazionari riflette le aspettative di un Federal Reserve costretto a mantenere i tassi su livelli elevati più a lungo del previsto per contenere l’inflazione alimentata dai prezzi del petrolio. Per Adam Turnquist, Chief Technical Strategist di LPL Financial, la questione è diretta: l’oro non paga interessi, e quando i bond rendono il 4,45% annuo, il costo opportunità di detenere lingotti diventa difficilmente giustificabile per gli investitori istituzionali con mandati di rendimento.
Neil Nutland, analista citato da CNBC, ha osservato che nel periodo successivo alla guerra in Ucraina le relazioni storiche tra oro, dollaro e rendimenti si erano distorte, con l’oro che aveva reagito “in modo del tutto proprio” rispetto ai classici modelli predittivi. Con il conflitto in Iran, quelle relazioni storiche si sono ripristinate con forza, e l’oro ha dimostrato la sua tradizionale sensibilità inversa sia al dollaro che ai rendimenti reali.
Nonostante il crollo di marzo, le principali banche d’investimento internazionali mantengono un outlook costruttivo sull’oro per il medio termine. J.P. Morgan prevede che il prezzo raggiunga i 6.300 dollari per oncia entro fine 2026, mentre Deutsche Bank si attesta su un target di 6.000 dollari per lo stesso orizzonte temporale. Goldman Sachs, in una nota pubblicata a inizio aprile, ha confermato la propria posizione rialzista nonostante il sell-off legato all’Iran, indicando come ragioni strutturali di supporto la continuazione degli acquisti da parte delle banche centrali, la normalizzazione del posizionamento speculativo (che durante il ribasso è tornato su livelli storicamente bassi) e l’attesa di circa 50 punti base di tagli da parte della Fed nel corso dell’anno, secondo le previsioni dei propri economisti. Goldman stima un target di 5.400 dollari per oncia entro fine 2026.
Questi target, fissati prima o durante le prime settimane del conflitto, riflettono la convinzione che i fondamentali strutturali a supporto dell’oro restino intatti: la diversificazione delle riserve da parte delle banche centrali, specialmente quelle dei paesi emergenti, la debolezza prospettica del dollaro nel medio periodo e i deficit fiscali americani che non mostrano segnali di rientro. Come scrive il sito specializzato GoldSilver.com, il livello dei 5.000 dollari per oncia rappresenta il discrimine tecnico da monitorare: fin quando l’oro rimane al di sopra di quella soglia, il movimento attuale si configura come una correzione all’interno di un trend rialzista strutturale.
I precedenti storici offrono un punto di riferimento importante per contestualizzare la dinamica attuale. L’episodio più citato dagli analisti è quello del 2008: nella prima metà di quell’anno, il mercato aveva doppiato sulle commodities e sull’indebolimento del dollaro, spingendo il prezzo dell’oro verso l’alto anche mentre le economie occidentali entravano in crisi. Quando la crisi finanziaria si è estesa globalmente a settembre, il collasso dell’appetito per il rischio ha provocato vendite generalizzate di tutti gli asset, incluso l’oro, in favore di pura liquidità in dollari. Il risultato fu un calo brusco dell’oro nella fase acuta, seguito poi da una ripresa che lo portò a nuovi massimi negli anni successivi.
La struttura del movimento in corso nel 2026 presenta analogie significative con quel precedente: un mercato esposto in modo massiccio su posizioni speculative rialziste, un aumento dell’inflazione che restringe le aspettative di allentamento monetario, un dollaro che funge da valuta rifugio di primo livello e una liquidazione forzata di quelle stesse posizioni speculative. Nutland ha citato esplicitamente il 2008 come termine di confronto, sottolineando come in quella fase gli investitori avessero “trovato il punto dove erano più esposti” e l’oro fosse stato colpito insieme alle altre commodity, salvo poi tornare ad essere il principale asset di protezione nella fase di recupero.
Per l’argento, le considerazioni di lungo periodo si sovrappongono alle dinamiche finanziarie in modo peculiare. Il deficit strutturale tra domanda fisica e offerta mineraria è un dato che il Silver Institute documenta da anni: la domanda industriale proveniente da tecnologie legate alla transizione energetica e alla digitalizzazione dell’infrastruttura continua a espandersi, mentre la produzione mineraria fatica a tenere il passo. Pannelli solari fotovoltaici, circuiti elettronici ad alta frequenza, celle a combustibile e infrastrutture per la trasmissione dati ad alta capacità sono tra i settori a maggiore intensità di argento.
Questo scenario fondamentale non è cambiato con il conflitto in Iran. Anzi, nei casi in cui la guerra accelerasse la transizione energetica dei paesi importatori di petrolio (che cercano di ridurre la dipendenza da forniture instabili), la domanda di argento per il solare potrebbe rafforzarsi ulteriormente nel medio termine. Gli analisti che indicano la fascia tra 65 e 75 dollari come zona di accumulazione strategica per la seconda metà del 2026 si basano proprio su questa divergenza tra il ribasso tecnico e finanziario di breve termine e i fondamentali strutturali di domanda.