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Perché il prezzo del petrolio sale e scende con le crisi?

Il prezzo del petrolio sale e scende in risposta a guerre, sanzioni, annunci di capi di stato e decisioni dell’OPEC perché i mercati delle materie prime energetiche funzionano sulla base di aspettative: ogni notizia che modifica la percezione futura dell’offerta o della domanda viene immediatamente incorporata nelle quotazioni, spesso prima ancora che l’evento previsto si verifichi.

Come si forma il prezzo del petrolio: i due mercati sovrapposti

Il prezzo internazionale del greggio non è fissato da nessun governo né da nessuna singola organizzazione. Si forma continuamente attraverso due mercati distinti ma strettamente connessi: il mercato fisico (spot) e il mercato dei derivati (futures).

Sul mercato spot si comprano e vendono partite di greggio reale con consegna immediata o a pochi giorni. Il prezzo che si forma qui riflette l’equilibrio corrente tra chi ha petrolio da vendere e chi ne ha bisogno adesso. Sul mercato dei futures, invece, si negoziano contratti che obbligano le parti a scambiare una quantità definita di greggio a una data futura e a un prezzo concordato oggi. I futures sul petrolio sono tra i contratti derivati più scambiati al mondo e determinano in larga misura il prezzo di riferimento che vediamo pubblicato ogni giorno.

I due benchmark più seguiti sono il Brent, estratto dal Mare del Nord e quotato a Londra sul mercato ICE (Intercontinental Exchange), e il West Texas Intermediate (WTI), di riferimento per il greggio americano e scambiato sul NYMEX (New York Mercantile Exchange) di Chicago. Storicamente Brent e WTI si muovono in maniera molto simile, con un differenziale di prezzo (lo spread) che varia in funzione dei costi di trasporto, delle caratteristiche qualitative del greggio e delle condizioni di stoccaggio.

La caratteristica fondamentale di questo sistema è che la maggior parte degli scambi avviene tra soggetti che non hanno alcun interesse fisico nel petrolio: banche, fondi speculativi, hedge fund, trader di commodity. Questi operatori comprano e vendono futures per fare profitto anticipando i movimenti di prezzo, e la loro attività contribuisce a rendere il mercato molto più reattivo e volatile rispetto a quanto sarebbe se a scambiare fossero solo le compagnie petrolifere e i raffinatori.

Offerta, domanda e la logica di base del prezzo

A livello strutturale, il prezzo del petrolio è determinato dall’equilibrio tra offerta globale e domanda globale. Quando la produzione supera i consumi, le scorte si accumulano e i prezzi tendono a scendere. Quando i consumi superano la produzione, le scorte si riducono e i prezzi salgono.

La domanda globale di petrolio dipende principalmente dalla crescita economica mondiale, dalla stagionalità dei consumi energetici (maggiore in inverno nell’emisfero nord), dall’andamento dell’industria manifatturiera (che usa petrolio come materia prima e come carburante) e dalla diffusione di tecnologie alternative. I principali consumatori sono Stati Uniti, Cina e India, che insieme rappresentano oltre il 40% della domanda mondiale. Qualsiasi segnale di rallentamento o accelerazione della crescita economica in questi paesi si trasferisce rapidamente nelle aspettative sui consumi futuri e quindi nelle quotazioni.

L’offerta ha una struttura molto più rigida. I pozzi petroliferi non si aprono e chiudono come un rubinetto: le decisioni di investimento in un nuovo giacimento richiedono anni per tradursi in produzione effettiva. Questo crea un’asimmetria strutturale: la domanda può cambiare relativamente in fretta (una recessione riduce i consumi industriali in pochi mesi), mentre l’offerta si adegua molto più lentamente. Questa rigidità è una delle ragioni fondamentali per cui il prezzo del petrolio può essere così volatile.

Il ruolo dell’OPEC e dell’OPEC+

L’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), fondata nel 1960, raggruppa storicamente i principali produttori del Medio Oriente, dell’Africa e del Sud America, con l’Arabia Saudita come paese dominante. Dal 2016 il cartello ha ampliato la sua struttura includendo altri produttori non-membri, a partire dalla Russia, dando vita al formato noto come OPEC+.

Il meccanismo con cui l’OPEC+ influenza i prezzi è diretto: i paesi membri si accordano periodicamente su quote di produzione individuali. Quando l’organizzazione decide un taglio della produzione, riduce la quantità di petrolio disponibile sul mercato, spingendo i prezzi verso l’alto. Quando decide un aumento delle quote, accresce l’offerta e contribuisce a stabilizzare o abbassare le quotazioni.

Le riunioni ministeriali dell’OPEC+ sono eventi di calendario seguiti con grande attenzione dai mercati. Già nelle settimane precedenti, le dichiarazioni dei ministri dell’energia dei paesi membri spostano le aspettative degli operatori e muovono i prezzi in anticipo rispetto alla decisione formale. Questo fenomeno, noto come price discovery anticipatoria, è uno degli esempi più chiari di come le parole dei capi di stato e dei ministri abbiano effetti immediati sul prezzo del greggio anche senza che nulla sia ancora cambiato sul piano fisico.

La capacità dell’OPEC+ di controllare i prezzi non è però illimitata. L’ascesa degli Stati Uniti come primo produttore mondiale grazie alla rivoluzione dello shale oil (petrolio da rocce compatte estratto con tecniche di fratturazione idraulica) ha cambiato gli equilibri del mercato. A differenza della produzione convenzionale, quella shale può essere aumentata o ridotta in tempi relativamente brevi, creando un meccanismo di risposta all’offerta che prima non esisteva. Quando il prezzo sale abbastanza da rendere profittevole la produzione shale americana, nuovi pozzi vengono attivati e l’offerta extra tende a smorzare il rialzo. Questo meccanismo definisce di fatto un tetto informale al prezzo legato alla soglia di breakeven della produzione shale, stimata storicamente tra i 50 e i 70 dollari al barile a seconda del giacimento.

Perché le crisi geopolitiche fanno salire il petrolio anche prima che accada qualcosa

La risposta rapida del mercato alle tensioni geopolitiche non è irrazionale né speculativa in senso negativo: è il risultato di come funziona la formazione del prezzo in un mercato che incorpora aspettative future. Gli operatori che acquistano futures non scommettono su ciò che accade oggi, ma su dove sarà il prezzo del petrolio tra settimane o mesi. Una crisi militare in una regione produttrice modifica le probabilità di interruzione dell’offerta futura, e il mercato aggiusta immediatamente le proprie aspettative.

Il meccanismo funziona attraverso quello che gli economisti chiamano premio al rischio geopolitico (geopolitical risk premium): una quota del prezzo di mercato che non riflette i fondamentali correnti di domanda e offerta, ma la probabilità percepita di un’interruzione futura dell’offerta. Questo premio può essere quantificato: analisti e ricercatori stimano che nei periodi di crisi acute possa aggiungere tra 5 e 30 dollari al prezzo di un barile rispetto a quello che sarebbe giustificato dai fondamentali di mercato.

Tre fattori geopolitici hanno effetti particolarmente pronunciati sui prezzi:

1. Le minacce alle infrastrutture di transito. Il petrolio mondiale si muove attraverso una serie di colli di bottiglia marittimi la cui chiusura o anche solo il rischio di chiusura ha effetti immediati sulle quotazioni. Lo Stretto di Hormuz, tra Iran e Oman, è il più critico: attraverso di esso transita circa il 20% del petrolio commerciato al mondo e quasi un terzo di tutto il greggio trasportato via mare. Lo Stretto di Malacca (tra Indonesia e Malesia) è rilevante per le forniture verso l’Asia orientale. Il Canale di Suez e lo Stretto di Bab el-Mandeb (Yemen) condizionano i flussi verso l’Europa. Un annuncio di minaccia a uno di questi punti è sufficiente a innescare acquisti speculativi sui futures.

2. I conflitti in aree produttrici. Guerre, colpi di stato, attacchi a infrastrutture petrolifere in paesi dell’OPEC (Iraq, Libia, Nigeria, Venezuela) o in paesi adiacenti ad aree produttrici (Yemen, Siria) riducono la produzione effettiva o creano il rischio di farlo. Anche quando la riduzione è temporanea o limitata, il mercato prezza la probabilità di un’interruzione più lunga e più estesa.

3. Le sanzioni e le politiche commerciali. L’imposizione di sanzioni su un paese produttore (Iran, Russia, Venezuela) riduce la quantità di petrolio disponibile sul mercato internazionale. La revoca o l’allentamento delle sanzioni, al contrario, può aumentare l’offerta attesa e spingere i prezzi verso il basso. Le semplici dichiarazioni dei funzionari governativi su possibili cambiamenti nelle politiche sanzionatorie spostano i prezzi prima ancora che i cambiamenti siano formalizzati.

Il meccanismo di trasmissione delle dichiarazioni politiche

La velocità con cui le parole dei leader politici si trasferiscono nei prezzi del petrolio è uno degli aspetti più visibili e spesso sorprendenti per chi non è familiare con il funzionamento dei mercati delle commodity. Oggi i mercati futures operano quasi continuamente, 23 ore su 24 nei giorni feriali. Le dichiarazioni rilasciate durante una conferenza stampa, un’intervista televisiva o un post su un social network vengono lette dagli algoritmi di trading in frazioni di secondo, analizzate per parole chiave associate a rischio geopolitico, e traducono in ordini di acquisto o vendita in meno di un millisecondo.

Il processo ha una logica precisa. Quando un capo di stato anuncia che le operazioni militari in una zona produttrice sono “quasi concluse”, come fa un presidente in una crisi nel Golfo, sta indirettamente comunicando al mercato che la probabilità di una prolungata interruzione dell’offerta è diminuita. Il mercato abbassa il premio al rischio geopolitico incorporato nel prezzo e le quotazioni scendono. L’evento fisico, ovvero la fine effettiva del conflitto e la riapertura delle rotte maritime, potrebbe avvenire settimane dopo, ma il prezzo ha già incorporato quella probabilità nel momento in cui la dichiarazione è stata pronunciata.

Lo stesso meccanismo funziona in senso opposto quando una dichiarazione aumenta la percezione del rischio. Un ministro della difesa che annuncia intenzioni di colpire infrastrutture energetiche, un leader che minaccia di chiudere uno stretto marittimo, un’agenzia di intelligence che avverte di imminenti attacchi a raffinerie: tutte queste informazioni, indipendentemente dalla loro verificabilità immediata, vengono elaborate dal mercato come aggiornamenti probabilistici sul futuro dell’offerta.

Il fenomeno è amplificato dall’effetto gregge (herding) tipico dei mercati finanziari: quando un grande operatore inizia a comprare futures in risposta a una notizia geopolitica, altri operatori interpretano questa mossa come un segnale e seguono, amplificando il movimento di prezzo al di là di quanto giustificato dalla notizia originale. Questo crea picchi di volatilità che spesso superano in intensità ciò che i fondamentali economici giustificherebbero.

Le riserve strategiche come strumento di risposta politica

I governi dei paesi consumatori dispongono di uno strumento specifico per contrastare i picchi di prezzo causati da interruzioni dell’offerta: le riserve strategiche di petrolio (Strategic Petroleum Reserves, SPR). Gli Stati Uniti detengono la più grande riserva strategica del mondo, stoccata in caverne di salgemma nel Texas e in Louisiana, con una capacità massima di circa 714 milioni di barili. I paesi dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) sono obbligati per statuto a mantenere riserve equivalenti ad almeno 90 giorni di importazioni nette.

Il rilascio coordinato di riserve strategiche è un segnale politico potente oltre che un intervento sul mercato fisico. Quando l’AIE annuncia che i suoi 32 paesi membri metteranno a disposizione centinaia di milioni di barili, comunica al mercato che l’offerta fisica disponibile nell’immediato è superiore a quanto i fondamentali della crisi farebbero pensare. La sola notizia dell’annuncio, ancora prima che un solo barile lasci i siti di stoccaggio, può abbassare il prezzo di diversi dollari al barile, perché riduce il premio al rischio incorporato nelle quotazioni.

Storicamente, questa leva è stata usata con parsimonia, in circostanze di emergenza conclamata: durante la prima Guerra del Golfo nel 1991, dopo l’uragano Katrina nel 2005, dopo il blocco della produzione libica nel 2011 e due volte in risposta all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.

Un esempio concreto: la crisi nel Golfo del marzo 2026

Il conflitto militare scoppiato nel Golfo Persico alla fine di febbraio 2026 offre una sequenza particolarmente istruttiva di come tutti questi meccanismi operino in tempo reale e in modo sovrapposto.

Nelle prime ore dopo l’inizio degli attacchi il 28 febbraio, i futures sull’S&P 500 segnarono -1,7%, il Brent salì del 6% fino a 74 dollari, mentre il VIX (l’indice di volatilità) passò da area 30 a 35. La reazione rifletteva esclusivamente la rivalutazione del rischio geopolitico: non era cambiato ancora nulla nella produzione fisica di petrolio.

Nei giorni successivi, la situazione è peggiorata. Tramite lo stretto di Hormuz, da cui nel 2025 erano passati circa 13 milioni di barili di petrolio al giorno, quasi un terzo di tutto il petrolio commerciato via mare, il traffico si ridusse ai minimi con decine di navi ferme. Il prezzo del Brent raggiunse 108,5 dollari al barile, il primo superamento della soglia dei 100 dollari dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.

Il meccanismo delle dichiarazioni politiche si attivò con precisione quasi da manuale. Il presidente Trump, definendo la guerra “praticamente completata” in un’intervista alla CBS News, innescò un rimbalzo dei mercati: il 10 marzo il Nikkei guadagnò il 2,88%, l’S&P 500 lo 0,83%, il Nasdaq l’1,38%, e il Brent tornò da 119 a 93,6 dollari. Una sola frase aveva ridotto il prezzo del greggio di oltre 25 dollari in meno di 24 ore, senza che la situazione fisica sul terreno fosse cambiata in modo sostanziale.

Sul fronte dell’offerta, l’AIE nel suo report mensile dell’11 marzo stimò un calo della produzione di almeno 8 milioni di barili al giorno, a cui si aggiungevano 2 milioni di barili bloccati di prodotti petroliferi, quasi il 10% della domanda mondiale. La risposta istituzionale arrivò pochi giorni dopo: l’AIE annunciò che i paesi membri avevano concordato di immettere sul mercato 400 milioni di barili di petrolio, la più grande distribuzione d’emergenza della storia, più del doppio di quella seguita all’invasione russa dell’Ucraina.

Questa sequenza, dall’impennata iniziale legata al premio di rischio, ai movimenti innescati dalle dichiarazioni politiche, fino alla risposta delle riserve strategiche, è strutturalmente identica a quella vista durante la Guerra del Golfo del 1990-91, la crisi libica del 2011 e lo shock ucraino del 2022. I nomi dei protagonisti cambiano, la geografia del conflitto varia, ma il meccanismo di trasmissione al prezzo del petrolio segue ogni volta la stessa logica.

I fattori che modulano l’intensità della risposta dei mercati

Non tutte le crisi geopolitiche si traducono in shock petroliferi della stessa intensità. L’ampiezza della reazione dipende da una combinazione di variabili strutturali che definiscono la vulnerabilità del mercato in quel momento specifico.

Il primo fattore è la quota di produzione mondiale coinvolta. Un conflitto in un paese che produce 200.000 barili al giorno ha un impatto marginale sui prezzi. Un conflitto che minaccia una regione che controlla il 20-25% della produzione mondiale è un evento sistemico. Il Medio Oriente nel complesso rappresenta circa il 33% della produzione globale e quasi il 50% delle riserve provate mondiali, il che spiega perché le crisi in quest’area abbiano un impatto sproporzionato rispetto ad altre regioni.

Il secondo fattore è il livello delle scorte globali al momento della crisi. Se i magazzini di greggio sono pieni, un’interruzione temporanea dell’offerta può essere assorbita attingendo alle riserve esistenti senza che i prezzi salgano drammaticamente. Se le scorte sono basse, anche un’interruzione limitata crea tensioni immediate. La stagionalità gioca un ruolo: a fine inverno nell’emisfero nord, quando le scorte sono state parzialmente consumate per il riscaldamento, il mercato è più vulnerabile a shock di offerta.

Il terzo fattore è la capacità produttiva di riserva dei principali produttori, in particolare dell’Arabia Saudita. La capacità di riserva è quella quota di produzione che un paese può attivare rapidamente (entro 30-90 giorni) per compensare una riduzione dell’offerta altrove. Quando questa capacità è abbondante, il mercato percepisce una rete di sicurezza e le reazioni ai rischi geopolitici sono più contenute. Quando la capacità di riserva è bassa perché quasi tutti i produttori stanno già operando al massimo, lo stesso rischio geopolitico genera movimenti di prezzo molto più ampi.

Il quarto fattore è il livello di integrazione finanziaria del mercato. La quota di petrolio scambiato attraverso derivati finanziari rispetto al petrolio fisico è aumentata enormemente negli ultimi decenni. Oggi i volumi di futures scambiati ogni giorno sui mercati petroliferi sono molte volte superiori alla produzione fisica mondiale. Questo amplifica sia i rialzi che i ribassi: nella fase di panico iniziale di una crisi, la liquidazione di posizioni speculative può spingere i prezzi ben al di sopra di quanto giustificato dai fondamentali, mentre nella fase di normalizzazione il rientro delle posizioni speculative accelera la discesa.

Sanzioni, embargo e petrolio: il mercato grigio dell’oro nero

Le sanzioni petrolifere sono uno strumento di politica estera che i mercati imparano ad assorbire nel tempo, spesso in modo più efficiente di quanto i governi che le impongono si aspettino. Quando un paese produttore viene sanzionato, le sue esportazioni non scompaiono dal mercato mondiale: trovano nuovi acquirenti, spesso a prezzi scontati, attraverso rotte di distribuzione alternative.

L’Iran, sotto sanzioni occidentali dal 2012 e in modo intensificato dal 2018, ha continuato a esportare centinaia di migliaia di barili al giorno attraverso intermediari, con spedizioni che disattivano i transponder di bordo e trasferimenti nave-nave in acque internazionali per mascherare l’origine del carico. La Russia, dopo le sanzioni del 2022, ha reindirizzato la maggior parte delle sue esportazioni verso India e Cina, spesso con sconti rispetto al prezzo di mercato di 10-20 dollari al barile. Il Venezuela, anch’esso sanzionato, ha mantenuto esportazioni verso paesi disposti ad acquistare in cambio di altri vantaggi diplomatici o commerciali.

Questo mercato ombra del petrolio ha effetti sulla formazione del prezzo: riduce l’impatto effettivo delle sanzioni sull’offerta globale rispetto a quanto un’analisi puramente formale farebbe pensare, il che spiega perché il premio al rischio incorporato nelle quotazioni possa diminuire nel tempo anche in assenza di un cambiamento formale nella situazione geopolitica. I mercati, in sostanza, imparano a scontare la capacità di aggiramento delle restrizioni.

Transizione energetica e petrolio: come cambia la struttura del prezzo nel lungo periodo

La crescita delle energie rinnovabili, l’elettrificazione del trasporto e la progressiva riduzione della dipendenza dal greggio nei paesi sviluppati stanno modificando la struttura della domanda globale di petrolio nel lungo periodo. L’AIE ha stimato che la domanda mondiale di petrolio potrebbe raggiungere il suo picco nel corso del decennio 2030-2040, per poi iniziare a declinare.

Questa prospettiva ha due effetti contraddittori sulla volatilità del prezzo. Da un lato, riduce l’incentivo dei produttori a investire in nuova capacità produttiva: se la domanda scenderà tra vent’anni, costruire un nuovo giacimento che richiede decenni per essere ammortizzato è un rischio imprenditoriale elevato. Questo sottoinvestimento nell’offerta crea le condizioni per picchi di prezzo più acuti quando la domanda attuale supera la produzione disponibile. Dall’altro, la diffusione di fonti alternative riduce la dipendenza strutturale dal petrolio e quindi l’intensità degli shock economici causati dai picchi di prezzo.

Nel breve e medio periodo, tuttavia, la volatilità geopolitica del prezzo del petrolio rimane pienamente operativa. Finché il petrolio è la principale fonte di energia per i trasporti mondiali (copre ancora circa il 92% del fabbisogno energetico del trasporto merci e passeggeri su scala globale), qualsiasi minaccia alla sua disponibilità genera reazioni immediate e ampie nei mercati finanziari e nell’economia reale.

Fonti

  • Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), report mensile marzo 2026
  • ISPI, Iran, petrolio e retorica: il prezzo della guerra, marzo 2026
  • Il Post, Il prezzo di petrolio e gas è già aumentato per la guerra in Iran, marzo 2026
  • Sky TG24, Guerra Iran, petrolio sopra i 100 dollari, marzo 2026
  • Il Sole 24 Ore, Al Jazeera, esplosioni pressi dell’aeroporto Mehrabad Teheran, marzo 2026
  • Euronews, Crisi Iran, l’AIE libera 400 mln di barili di riserve, marzo 2026
Published by
Carolina Valdinosi