Il taglio dell’IRPEF previsto per il 2025 non sarà sufficiente a compensare il “fiscal drag” accumulato negli ultimi anni.
Secondo le simulazioni della CGIL, per il ceto medio la perdita di potere d’acquisto supera di gran lunga i benefici fiscali. Un tema cruciale per comprendere redditi, welfare e politiche fiscali del futuro.
La discussione sulla riforma fiscale italiana è tornata al centro del dibattito pubblico. Il taglio dell’IRPEF annunciato dal Governo dovrebbe alleggerire il carico fiscale sui redditi compresi tra 28.000 e 50.000 euro. Tuttavia, secondo un’analisi elaborata dall’Ufficio Economia della CGIL nazionale e riportata dal Corriere della Sera, questo beneficio sarebbe molto limitato e non in grado di compensare il cosiddetto fiscal drag maturato nel triennio 2023-2025.
In altre parole: anche se l’aliquota si abbassa, i salari reali non aumentano. E anzi, la perdita di potere d’acquisto accumulata negli ultimi tre anni supera di gran lunga i vantaggi del nuovo taglio fiscale.
Il fiscal drag è un effetto automatico che si verifica quando:
Il risultato? Pur guadagnando di più “sulla carta”, il contribuente:
Questo fenomeno colpisce soprattutto la classe media, ovvero i cittadini che non beneficiano delle agevolazioni fiscali dei redditi bassi, ma non hanno nemmeno la capacità di assorbire aumenti di tassazione come i redditi più alti.
L’analisi della CGIL mette a confronto:
| Reddito lordo annuo | Fiscal drag 2023-2025 | Beneficio annuo taglio IRPEF |
|---|---|---|
| 30.000 € | – 2.807 € | + 40 € |
| 35.000 € | – 3.340 € | + 140 € |
| 40.000 € | – 3.639 € | + 240 € |
Le cifre parlano chiaro: il beneficio fiscale è nettamente insufficiente rispetto all’erosione del reddito avvenuta negli ultimi tre anni.
Secondo la CGIL:
Un ritmo troppo lento per colmare il gap.
Il sindacato chiede di intervenire sulla struttura dell’IRPEF, sostenendo che:
«Senza neutralizzare il fiscal drag, indicizzando l’IRPEF all’inflazione, il governo non aiuta la classe media, ma ne determina l’impoverimento».
Il segretario confederale Christian Ferrari ha ricordato che il ministro Giorgetti ha dichiarato che «con 40.000 euro lordi non si è ricchi». Tuttavia, secondo la CGIL, questa consapevolezza non si traduce in misure fiscali adeguate.
Non tutti gli economisti interpretano il fiscal drag allo stesso modo. Esistono due prospettive principali:
Queste analisi sostengono che:
L’Osservatorio stima che:
Secondo questa interpretazione:
Il motivo della divergenza sta nel metodo di misurazione:
Il nodo principale è che l’IRPEF italiana non è indicizzata all’inflazione.
In molti Paesi OCSE gli scaglioni fiscali vengono adeguati automaticamente ogni anno. In Italia no: il sistema resta fermo, mentre prezzi e salari cambiano, creando distorsioni.
Di conseguenza:
Una proposta sostenuta da sindacati e parte degli economisti:
Una riforma strutturale potrebbe prevedere:
Un modo per sostenere il ceto medio senza ridurre massicciamente le entrate statali.
Il fiscal drag ha effetti non solo sui redditi, ma su:
Per un’Italia che punta sulla crescita, ignorare questi fattori può essere rischioso.
Il taglio fiscale del 2025 potrà portare un beneficio, ma troppo limitato per compensare il drenaggio accumulato.
Il nodo vero resta il fiscal drag.
Finché l’IRPEF non sarà riformata in modo strutturale, indicizzazione, nuovi scaglioni, o maggiori detrazioni, il ceto medio continuerà a perdere potere d’acquisto, alimentando un circolo vizioso che pesa su famiglie, imprese e sull’intero sistema economico.
Capire questi meccanismi non è solo utile: è essenziale per chi prende decisioni finanziarie e per chi vuole comprendere davvero la direzione della politica economica italiana.